Libri

lunedì 13 agosto 2018

Piccola opinione letteraria: Norwegian Wood, di Murakami Haruki

Quando si cerca di rimandare il più possibile la lettura delle ultime cinque pagine di un libro, vuol dire che quel libro si è preso un pezzo di te. Lo stesso quando ci assale un po’di tristezza, chiudendolo e riponendolo nella libreria.
Norwegian Wood è un mondo solo in apparenza leggero. In realtà gli abissi che Murakami
riesce ad indagare sono tanti, implacabili, profondi. La memoria, l’amore e la morte, la disperazione ma anche la salvezza di essere soli, la ribellione rese in una prosa così meravigliosamente malinconica, che riesce a dipingere paesaggi interiori soavi, pieni di poesia e di languore, ma anche tragicamente freddi.
I chiaroscuri ed i contrappesi sono un punto di forza: alla morte, così innaturalmente presente in un universo giovanile si contrappone l’amore in tutte le sue forme, l’amicizia, al rimorso e alla solitudine gli incendi adolescenziali, le meditazioni in extremis. Uno dei più importanti romanzi di formazione mai scritti, che non procede per imprese, ma per insuccessi, pianti, silenzi, paesaggi, per le strade di Tokyo, o boschi nevosi, o mari in tempesta. E attraverso la Musica, sempre presente, compagna di riflessione, entità maieutica e necessaria.

Il protagonista, salendo timido la scala dei suoi vent’anni, arriva alla consapevolezza che perfino il teatro greco non abbia colto, forse volutamente, per motivi umani di auto-conservazione, la vera essenza della tragedia della vita: il deus ex machina, l’artificio letterario che rimette a posto gli ingranaggi della storia, nella vita non esiste. La sofferenza, dice Watanabe Toru, si supera solo “con la sofferenza” ma purtroppo questo non ci salverà, “non ci sarà di nessun aiuto la prossima volta che la sofferenza ci colpirà all’improvviso”.