Che dire? Il film odora di fine, ma nel titolo si parla di avvenire, si parla di colpe ma ovviamente il regista (e tutto il suo ideologico girotondino) si autoassolve, assolve tutta la sua parte. Come sempre.
Il film parla di rovina morale, di apocalisse dei cervelli e degli ideali, sembra un film dell’addio ma nel titolo si parla di avvenire, la parolina magica che identifica i belli e buoni. Solito copione. Apocalittico ma speranzoso, critico ma autoassolutorio. Sono così, certi esponenti ed epigoni dell’Intellettuale Collettivo di togliattiana memoria: borghesi che si vogliono eccessivamente bene, mai scalfiti dal dubbio dell’essere nel torto, immersi nella catastrofe di un mondo perduto e mai correi.
Il film è praticamente un riassunto (palloso) dei luoghi morettiani, citazioni a raffica e solita recitazione pessima, per non parlare della voce del protagonista: urticante.
Insomma, una capitalistica operazione di Fan Service operata da uno che critica il capitalismo del Fan Service.