Libri

sabato 19 ottobre 2019

Joker, di Todd Phillips (2019): secondo me

“Io sono colui che viene dal profondo. Mylords, voi siete i grandi e i ricchi. Cosa pericolosa.
Voi approfittate della notte”. (L’Uomo che ride, Victor Hugo, 1869)


Ecco, a volte un film può essere come la confidenza che si riceve da un amico, o come guardarsi in uno specchio,
come leggere quello che vorresti, in un libro perfetto. Questo film parla di ciò che viene normalmente e normativamente definito malattia, del vero e proprio spleen. Ma non è un male di vivere cosmetico, un vezzo da poeti bohémienne. È ciò che troviamo 
sotto il tappeto del bel mondo di oggi, ciò che molti di noi vivono ogni giorno.
Ecco perché Batman, con il suo universo, li ho amati fin da piccola, da quando portavo mia mamma in edicola e la costringevo a comprare i fumetti del pipistrello: perché il mondo di Batman non suona come una favoletta, suona cupamente, con le sue storie di umani perduti. Joker è un grande film, un trattato di antropologia culturale impreziosito da una regia da maestro, ornato da una colonna sonora agghiacciante. La Gotham di questo Joker non è perennemente battuta da buio e pioggia, ma trasmette la medesima maleodorante sensazione di degrado. Anzi, la luce cinicamente rivela tutti i guasti del sistema sulla pelle dei perdenti. Arthur Fleck è uno di loro, protagonista di un Bildungsroman dello sconfitto che non vuole ridere ma deve, che non vuole soccombere, ma forse questa è la soluzione. Per un po’, forse. O forse no. Il grande omaggio a Scorsese impregna tutte le scene del film, da Taxi Driver (e De Niro, stavolta e non a caso, si pone dall’altra parte della barricata) a Re per una Notte, si sente l’eco de L’Uomo che Ride di Victor Hugo (opera meravigliosa), oserei dire che anche The Wall dei Pink Floyd potrebbe trovar giusto posto nel parco dorato delle citazioni-omaggio fatte da Todd Phillips. 

L’attore protagonista: raramente mi è capitato di provare una totale empatia per un personaggio, totale immedesimazione. Si prova empatia anche per Travis Bickle, ma qui è diverso. Arthur Fleck viene investito dall’agnizione per caso, in un punto del suo personale abisso, trova la sua consapevolezza proprio nel suo essere a terra, soccombente. Joaquin Phoenix non poteva essere più perfetto. Potente, potentissimo il suo linguaggio, il corpo, la faccia, gli occhi, le movenze. Un’opera gigantesca di recitazione, asciutta, scevra da manierismi. Tutti i Joker, compreso il Jack Nicholson di Tim Burton, a prima vista il più distante, sono dentro di lui. È un film che non lascia scampo a questo periodo storico, come è giusto che sia, perché Joker, come tutti gli esclusi dalla felicità fotogenica di oggi, sono proprio i prodotti di questa giostra infame di consumazione della dignità. Non è vero che tutti possiamo essere felici, non è vero che volere è potere, a volte non si può, semplicemente non si riesce, anche volendo. Questa è una società che genera un numero infinito di malati, che giacciono inermi e tristi, non tutti però vengono sopraffatti, non sempre. Grazie al rancore: di questo, il sistema dovrebbe aver paura, non delle guerre, non dei capitomboli delle borse, ma del rancore.

lunedì 7 ottobre 2019

C‘era una volta a... Hollywood, di Quentin Tarantino

Si potrebbe definirlo il film della “maturità”, un vero romanzo storico, pieno d’amore, sul cinema. Memorabile affresco di una Hollywood piena di neon, decappottabili, capelli al vento, voci radiofoniche, pubblicità, guide spericolate sui tornanti delle colline, sole, attori spensierati. Eccezion fatta per Rick Dalton/ DiCaprio (fantastico), che è tutto fuorché spensierato. Il suo contrappeso emotivo, amico e controfigura sul set è Cliff Booth/Pitt, anche lui in grande, ma grande spolvero.