Si potrebbe definirlo il film della “maturità”, un vero romanzo storico, pieno d’amore, sul cinema. Memorabile affresco di una Hollywood piena di neon, decappottabili, capelli al vento, voci radiofoniche, pubblicità, guide spericolate sui tornanti delle colline, sole, attori spensierati. Eccezion fatta per Rick Dalton/ DiCaprio (fantastico), che è tutto fuorché spensierato. Il suo contrappeso emotivo, amico e controfigura sul set è Cliff Booth/Pitt, anche lui in grande, ma grande spolvero.
L’uno ansioso e paranoico, l’altro istintivo, dal passato turbolento e dagli occhi affilati come una sciabola, l’uno vive in affitto in una villetta con piscinetta accanto alla reggia di Roman Polanski e Sharon Tate, l’altro in una roulotte con cane accanto ad un chiassoso drive-in. Attraverso questi due antieroi, due granelli di sabbia nell’ingranaggio scintillante della macchina del cinema americano di quegli anni, Tarantino omaggia tutti i suoi amori, compreso l’italianissimo Spaghetti Western di Corbucci e Margheriti, e racconta l’attualità, sfiorando con il suo impareggiabile tocco la parabola della lisergica banda di Manson e il loro piano demoniaco di sterminare la famiglia di Polanski. Un film capolavoro, che non deve mancare nella videoteca di ogni amante del Cinema, l’epica delle radici della poetica di Tarantino, disegnata da una regia perfetta e da due assi della recitazione, con un finale a dir poco esaltante.
Tarantino, ogni volta, riesce a farmi ri-trovare nella discarica dei giorni di tutti i giorni, e per questo lo ringrazio.
Brad Pitt, il più bel quasi sessantenne del Multiverso.
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