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domenica 6 settembre 2020

TENET, Christopher Nolan (2020): Sator Tenet Vertigo Rotas

Al centro del famoso Quadrato del SATOR, ovunque esso sia scolpito o intagliato, la parola TENET emerge e si stampa come una croce negli occhi che ne percorrono lo spazio prima in avanti, poi all’indietro, e l’indietro è un avanti differente, ma uguale.

Il film prende gli stessi occhi e li strapazza avanti e indietro sulla croce, però, di una vertigine temporale perfetta. Quindi, in questo caso, protagonista non è solo la costruzione visiva ma il tempo. Perché fin dall’inizio, trascinati subito “in medias res” da una colonna sonora materica che schiocca come cavi di acciaio elettrificati, cercherete di trovare il bandolo, un particolare, un fotogramma, un qualsiasi appiglio che aiuti a dipanare la matassa metafisica, ontologica, filosofica alla base del racconto di immagini.

Ma no. Non la troverete. Perché in realtà è tutto molto semplice, tutto è già dentro di voi.

Occorre farsi trascinare nel e dal viaggio, che contiene sia l’enigma che la soluzione. Come sull’altalena: si va e si torna, e quando si torna si sente la vertigine dell’inversione. Il regista non vuole essere filosofo, oppure sì, chi lo sa, ma forse il senso sta nella convenzione. Finché tutto sarà convenzione, ci sarà vertigine. Nolan costruisce con pochissimi “effetti speciali” e con un geniale uso del montaggio un film che porta il suo marchio, quello di colui che padroneggia il flusso delle immagini e rapisce lo spettatore sparpagliandone a volte le certezze, ma regalando anche, in questo fiume apparentemente freddo di nozioni, momenti riservati all’importanza del sacrificio per l’ideale di un bene superiore.

Il film va visto rigorosamente in sala, o a casa, a patto di avere un impianto audio adeguato, perché la colonna sonora è parte della vertigine.


Un paio di appunti li farei: 


Kenneth Branagh. Il ruolo, e soprattutto la panza, dell’oligarca russo (ergo spietato) non gli si addice;

Il Protagonista (volutamente senza nome)/Washington è di colore, Neil/Pattinson è bianco, un dualismo razziale antirazzista che non vuole offendere alcuno, tranne l’intelligenza e la pazienza di chi assiste. 

Per il resto, sono uscita (o entrata, chi può dirlo?) dalla sala appagata è vagamente esaltata, anche se e forse perché “viviamo in un mondo crepuscolare”. “Niente amici al tramonto”.

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