Pensiamo a quanto sia raro trovare, nelle pieghe delle
nostre giornate, fonti e spunti di riflessione mentale, necessari per una vita
di indipendenza e libertà; pensiamo invece a quanto sia “stimolante”, per la produzione
di comportamenti fisici immediati e pseudo-istintivi, il mondo in cui viviamo….la
distinzione tra tipo di stimoli è d’obbligo: c’è quello che ti fa “muovere” il
cervello e quello che ti fa muovere, ad esempio, una gamba. In realtà siamo
bombardati da stimoli del secondo tipo, parossistici, che generano movimenti mentali
altrettanto parossistici, riflessi, che inducono il cervello a comportarsi come
un arto passivo e volto prevalentemente ad un unico scopo: consumare.
Il concetto di consumo viene espresso con tutta la sua
portata etimologica: si consuma utilizzando, usando, si consuma anche distruggendo,
sprecando, logorando.
Ed ecco che il bisogno, indotto, del consumo invade le
relazioni interpersonali, ma come? Si inizia con il cercare orpelli da
attaccare al proprio sé, che durino poco, perché la lunga durata è sinonimo di
lentezza, vecchiaia, noia. Si va dai vestiti che si buttano dopo un mese, ai
telefoni, agli oggetti più disparati, fino alle persone.
Ed ecco la proliferazione ormai incontrollata di luoghi
deputati agli incontri, “speed-date” e vari, altri esempi di acquisti a scatola
chiusa; frenesia degna del miglior squalo bianco, che porta alla ricerca
spasmodica dell’altro, ma non per comunicare, bensì per consumare.
Quindi ci si mette insieme, ci si utilizza a vicenda, per
riempire il proprio vuoto riflessivo con atti e movimenti, e per scaricare
l’iper-stimolazione esterna; invece di un rifugio e un porto tranquillo dove
trovare la calma necessaria all’evoluzione, e la perfetta compensazione delle
individualità, molte relazioni sono discoteche: luoghi pieni di bpm
sincopati e buio intermittente, arati da
luci stroboscopiche, circondati da specchi deformanti, affollati ma eremi, con
le sale per il chill-out, i bagni per sniffare, i divanetti per intrattenersi
brevemente ma senza le parole, quelle dette a bassa voce, senza i baci
raccontati prima dello schiocco, senza i gesti disegnati con la voce prima che
con le mani.
E ci si butta in questa immensa ma breve vertigine solo per
non rimanere soli con il proprio sé, smagrito, malnutrito, povero in canna.
Piene, le strade e le macchine di doppi corpi in silenzio, pieni
i tavoli per due che pesano sotto il peso dei gomiti e degli smartphone
iper-attivi, pieni gli anulari di anelli freddi e le chiese di veli finti, vuoti
gli sguardi, le bocche, le strade interiori.
Alla fine, a forza di tirare avanti questi rapporti acquisiti
ma non voluti, si finisce con l’incattivirsi, si odia il mondo, colpevole di
averci messo nella condizione di dipendere da un altro sé sconosciuto, si odia
l’altro, si odia se stessi, si muore sbavando, affamati di vita, inconsapevoli
della bellezza della solitudine intesa come indipendenza del sé.
Lo scopo di tutto questo qual è? Semplice, quello di creare
eserciti di opliti del consumo, single accoppiabili e paranoici, pronti per il
lettino del terapeuta, con la tessera fedeltà della farmacia di turno, pieni di
tristezza, con il cuore vuoto e la turnazione in camera da letto, avidi di
oggetti e farmaci, mentitori e auto-mietitori delle proprie certezze.
E pensare che, forse, la chiave potrebbe essere un po’ di silenzio,
qualche granello di sana solitudine unita al coraggio, rabbia verso l’ovvio e
il mediocre scintillìo del mondo, voglia di grattare la superficie di tutto
questo manto barocco e forza di aspettare, per poter scegliere di dire di no..
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