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giovedì 19 giugno 2014

Il mai crollato Regno del Consumo

Pensiamo a quanto sia raro trovare, nelle pieghe delle nostre giornate, fonti e spunti di riflessione mentale, necessari per una vita di indipendenza e libertà; pensiamo invece a quanto sia “stimolante”, per la produzione di comportamenti fisici immediati e pseudo-istintivi, il mondo in cui viviamo….la distinzione tra tipo di stimoli è d’obbligo: c’è quello che ti fa “muovere” il cervello e quello che ti fa muovere, ad esempio, una gamba. In realtà siamo bombardati da stimoli del secondo tipo,  parossistici, che generano movimenti mentali altrettanto parossistici, riflessi, che inducono il cervello a comportarsi come un arto passivo e volto prevalentemente ad un unico scopo: consumare.

Il concetto di consumo viene espresso con tutta la sua portata etimologica: si consuma utilizzando, usando, si consuma anche distruggendo, sprecando, logorando.
Ed ecco che il bisogno, indotto, del consumo invade le relazioni interpersonali, ma come? Si inizia con il cercare orpelli da attaccare al proprio sé, che durino poco, perché la lunga durata è sinonimo di lentezza, vecchiaia, noia. Si va dai vestiti che si buttano dopo un mese, ai telefoni, agli oggetti più disparati, fino alle persone.
Ed ecco la proliferazione ormai incontrollata di luoghi deputati agli incontri, “speed-date” e vari, altri esempi di acquisti a scatola chiusa; frenesia degna del miglior squalo bianco, che porta alla ricerca spasmodica dell’altro, ma non per comunicare, bensì per consumare.
Quindi ci si mette insieme, ci si utilizza a vicenda, per riempire il proprio vuoto riflessivo con atti e movimenti, e per scaricare l’iper-stimolazione esterna; invece di un rifugio e un porto tranquillo dove trovare la calma necessaria all’evoluzione, e la perfetta compensazione delle individualità, molte relazioni sono discoteche: luoghi pieni di bpm sincopati  e buio intermittente, arati da luci stroboscopiche, circondati da specchi deformanti, affollati ma eremi, con le sale per il chill-out, i bagni per sniffare, i divanetti per intrattenersi brevemente ma senza le parole, quelle dette a bassa voce, senza i baci raccontati prima dello schiocco, senza i gesti disegnati con la voce prima che con le mani.
E ci si butta in questa immensa ma breve vertigine solo per non rimanere soli con il proprio sé, smagrito, malnutrito, povero in canna.
Piene, le strade e le macchine di doppi corpi in silenzio, pieni i tavoli per due che pesano sotto il peso dei gomiti e degli smartphone iper-attivi, pieni gli anulari di anelli freddi e le chiese di veli finti, vuoti gli sguardi, le bocche, le strade interiori.
Alla fine, a forza di tirare avanti questi rapporti acquisiti ma non voluti, si finisce con l’incattivirsi, si odia il mondo, colpevole di averci messo nella condizione di dipendere da un altro sé sconosciuto, si odia l’altro, si odia se stessi, si muore sbavando, affamati di vita, inconsapevoli della bellezza della solitudine intesa come indipendenza del sé.
Lo scopo di tutto questo qual è? Semplice, quello di creare eserciti di opliti del consumo, single accoppiabili e paranoici, pronti per il lettino del terapeuta, con la tessera fedeltà della farmacia di turno, pieni di tristezza, con il cuore vuoto e la turnazione in camera da letto, avidi di oggetti e farmaci, mentitori e auto-mietitori delle proprie certezze.

E pensare che, forse, la chiave potrebbe essere un po’ di silenzio, qualche granello di sana solitudine unita al coraggio, rabbia verso l’ovvio e il mediocre scintillìo del mondo, voglia di grattare la superficie di tutto questo manto barocco e forza di aspettare, per poter scegliere di dire di no..    

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