Il bambino cresce, sempre con quel Coso, ora visita YouTube, guarda i video dei cantanti preferiti, chatta, twitta, posta, surfa tra i flutti dei social network muovendo le dita più velocemente del cervello. Le facce di mamma e papà sono sempre più orgogliose:"Ah, come sono fortunati loro, i nativi digitali."
Qui cade l'asino.
Il mettere una persona dentro un'auto telecomandata, per ore, per giorni, non la definisce esperta di meccanica; uno che va spesso al cinema non può dirsi, per questo, cineasta. Si suol definire di nativi digitali quest'ultima generazione di bambini e adolescenti, primariamente per il fatto che non abbiano conosciuto il mondo prima degli smartphones, i tablet, le varie Console di gioco, e non abbiano conosciuto il "Jurassic Park" del mondo analogico. Questa locuzione però non li definisce esperti del mezzo, che è la Rete, essendo solo, nella stragrande maggioranza dei casi, passivi fruitori di applicazioni contenute in dispositivi elettronici.
Paradossalmente, la tecnologia da cui siamo circondati, bombardati, invasi, la tecnologia a misura d'uomo, è quella su cui le nuove leve faticano di più ad intervenire. Uno dei motivi principali è che i ragazzi non vogliono capire cosa ci sia dietro un'applicazione: la connessione è talmente veloce, comoda, indolore che sembra che il mondo sia fatto di un unico livello e che sotto non ci sia nulla, che Internet sia solo un nome di "cose antiche" e non invece gigantesche fondamenta, che l'uso del social network o del Tubo sia tutto ciò che basti per essere considerati smanettoni. Altro motivo è l'impenetrabilità dei dispositivi attuali, che vengono venduti blindati, impossibili da aprire e da personalizzare, pena il pagamento di permessi rilasciati da Mele o Finestre, quelle della Valle del Silicone..
L'era dei personal computer è ormai al tramonto, lo testimoniano se non altro le vendite in forte calo, un'era in cui Internet era visibile, tangibile, i computer erano "aperti" a tutti, i loro linguaggi principali venivano studiati a scuola, e i ragazzi potevano assemblarli, smontarli, sezionarli come in una lectio magistralis di anatomia, hackerarli, nel senso buono del termine. L'interfaccia era la punta gigiona dell'iceberg, proprio come oggi, ma molti "nativi digitali" questo lo ignorano.
Oggi, non vedendo la sala macchine di questo immenso transatlantico, si rischia di avere la convinzione che funzioni da solo; il rischio è che si pensi veramente che Facebook e compagnia mettano la nostra privacy in cima alla lista delle cose da difendere, e che quello che buttiamo di noi in queste applicazioni poi ce lo restituiscano. Ebbene no. L'idolatria dell'interfaccia è uno dei lati più insidiosi del hackeraggio in atto sui nostri cervelli. Unico sistema linguistico, in cui tutto il semplice è traducibile (ivi, post del 16/02) e banalizzabile, unico sistema virtuale, con leggi inviolabili sconosciute ai più, unico sistema economico. Con interfaccia colorata, però.

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