Certo, mala tempora currunt. Quindi, in tempi di Apocalisse ventilata, si giubila e si freme dinanzi a storie effimere di sogni effimeri. E sia, fremete pure, scrematevi dalle ansie quotidiane sulla fiamma adulatrice e consolatoria della cellulosa pluripremiata, ma poi basta. Ok? Bene. Perché 'sto La La Land, oltre a gettare definitivamente nel mare del ridicolo la carovana di Oscar, Red Carpet e i suoi fratelli, non é un film riuscito.
Troppo retorico, troppo presuntuoso. Come un tronfio merlo indiano con i calzoni stretti, vuole ripetere malamente gli antichi fasti del glorioso musical americano, dandoci in pasto un Gosling goffo e una Stone che rende onore al suo cognome. Perché i due sono bravi a recitare, giá, ma trattasi di musical, ed in questo caso devi esser bravo soprattutto a ballare. E la Stone ricorda Debbie Reynolds quanto io Carla Fracci. Gli attori non hanno colpa, diversamente da chi ha scritto la storia di due che mentre si amano (ma questo é un accidente, un apostrofo grigio tra le parole miele insipido ed ambizione), inseguono il proprio sogno di arrivare chissá dove, nell'Iperuranio della Fama. Tanto inseguono, volendo rimanere insieme, che si perdono. O meglio, chi guarda il film li perde letteralmente di vista per un tempo indefinito in cui mah, boh, che succede? La trama si affloscia dopo poco come un canotto finito su di uno scoglio pieno di ricci di mare, la noia avvince lo spettatore, che non sa che pesci pigliare, mantenendo la metafora marinara. Lei, Mia, poco tratteggiata, appena abbozzata, quasi la spalla di lui, Sebastian, jazzista "bianco" purista al limite dello snobismo paranoico, sedicente unico erede e paladino della tradizione nera, ma che poi si piega, tristemente, alle esigenze del mercato. Si potrebbe ravvisare anche della blasfemia cultural-etnica, per i veri puristi del Jazz. Il tutto condito da balletti e cantatine, digeribili come una peperonata a mezzanotte, anche se occorre riconoscere la bellezza architettonica di alcune scene. Come va a finire? Lascio ai posteri l'ardua incombenza di arrivare svegli ai titoli di coda. Comunque male, per il sopracitato apostrofo grigio. Un film di cui si poteva fare a meno, ma che proprio per questo assurge oggi a ruolo di status symbol (a tempo determinato, ovviamente).

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