Mi dispiace, per quelli che credono ai colori, in politica, e alle ideologie. In realtà tutto ciò è maschera. "Non passa lo straniero": questa è la Chiave. Perché l'uomo, a qualsiasi latitudine, vede l'altro diverso da sé come il nemico usurpatore del proprio territorio, questo è il retaggio atavico che risiede in ognuno. Poi c'è la cultura, che media e scende a compromessi con l'istinto.
Foss'anche il dialetto l'unica discriminante, o il modo di fare il formaggio, gli stendardi di una rievocazione storica, Dicasi a volte campanilismo, per comodo. È una questione biologica. E chi tenta di sottrarsi al destino biologico dicendo di amare il prossimo sconosciuto suo o si chiama Gesu' e sodali (nomen omen), o giace preda degli ormoni, dell'ossitocina, che provoca temporaneo stordimento riproduttivo e temporaneo ottimismo, o mente sapendo di mentire. Mente in buona fede, ma mente. Per entrare in medias res, le ondate migratorie sono da sempre considerate spartiacque tra epoche, acceleranti di roghi sociali, cadute di imperi, pestilenze, ma anche di fioritura di grandi civiltà, insomma, eventi palingenetici. Chi riceve le ondate, in un primo momento genericamente ed interiormente le rifiuta. Chiunque, in qualunque periodo storico. Ergo, il problema è l'irrazionale paura e conseguente diffidenza dell'altro, visto come una minaccia. Tutti hanno paura delle ondate migratorie: chi lascerebbe aperta la finestra di casa con un tornado che razzola per i campi? Gli effetti positivi delle migrazioni di massa si apprezzano dopo alcune generazioni, prima ci sono Paura e sua figlia Diffidenza. Anche noi italiani, noi, gli arbitri dell'eleganza nel mondo, esportatori di Rinascimento, santi e poeti, siamo stati e siamo emigranti, abbiamo patito gli abusi ed i soprusi di coloro che ci odiavano, solo perché diversi, per il censo, il gesticolare e il talento nell'azzeccar garbugli, finanche per il colore del carnato. Lo straniero, il barbaros, colui che balbetta parlando una lingua non sua. Ma c'è anche l'antipatia per il compatriota, colpevole di una accentuata metafonesi, di indulgere in vocali chiuse, di affricare le sibilanti, di occupare indebitamente l'orticello natio. Pochi conoscono la storia dei rifugiati di Caporetto, località della storica disfatta dell'ottobre 1917, causata dal collasso delle nostre linee difensive sotto la pressione degli Austro-Ungarici. Dopo quella cocente sconfitta, oltre seicentomila profughi (per lo più donne, vecchi e bambini) dovettero "emigrare" dall'altra parte del Piave, spargendosi per tutto lo Stivale, da Milano (ben cinquantamila persone) alla Sicilia. Così, all'improvviso. Per almeno un anno. L'impatto dell'ondata migratoria fu durissimo, moltissimi profughi, i più poveri, non riuscirono ad integrarsi, conducendo vite travagliate a causa delle condizioni misere in cui versavano. La retorica che li disegnava come eroi, non corrispondeva al trattamento che molti di loro subirono, proprio per mano dei compatrioti. Daniele Ceschin, nel suo "Gli esuli di Caporetto: I profughi in Italia durante la Grande Guerra", narra proprio questo periodo della nostra storia, in cui molti italiani si ritrovarono stranieri a casa loro. Ed ecco una donna vicentina, trasferitasi a Benevento, che chiedeva aiuto ai politici locali:"Siamo postati come i animali e mal visti dal popolo mi dice che siamo austriachi ma paziensa dio provvedera". E la testimonianza di un medico veneto, che denunciava il trattamento ricevuto dagli abitanti di Bologna:"Che colpa ne ho io se sono Veneto, che merito ha questa gente che nasce, vive e muore tra la mortadella e i cotechini?".
Quindi, non stupitevi se intellettuali e rappresentanti dello Stato storicamente dediti all'ecumenismo inclusivo ora ritrattano sottilmente. La storia insegna che non esistono i paradisi verso i quali le barche sognano di traghettare i poveri profughi. Noi non siamo diversi, ok siamo italiani, forse più tolleranti di altri. O forse più paraculi. Ma restiamo mammiferi facenti parte di un gruppo che commette omicidi intra-specifici senza motivi vitali. Avete mai sentito parlare di pseudo-speciazione culturale?
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