Prima di parlare del film, due parole sulla traduzione del titolo, totalmente fuori dalla logica della pellicola, brutto adattamento (omologazione al genere poliziesco Sparatutto dei primi anni Settanta) di un titolo originalmente bello e a suo modo fiabesco: Lightfoot and Thunderbolt. Questi soprannomi vagamente epici e dal sapore antico, vengono tradotti incomprensibilmente con Caribù e Artigliere..
È proprio il titolo (originale) del primo film del grande Michael Cimino che racconta i due protagonisti, con quei nomi eroici di guerrieri indiani, che però di eroico non hanno nulla. La poetica di Cimino crea personaggi randagi, fuori dalle regole, e che vivono fuori dalle regole perché non riescono a conviverci e non riescono a rientrarci, vedi anche la vicenda del “rosso”, uno che vuole vivere ai margini ma finisce sbranato dagli stessi cani da guardia, simboli di un sistema che annienta chi sbaglia, di cui si faceva beffe.
Lightfoot (Caribù), un Jeff Bridges giovanissimo, è uno scavezzacollo malinconico che finirà i suoi giorni in una macchina che va verso il tramonto, perdendosi nelle linee infinite delle strade americane.
La macchina la guida Thunderbolt (Artigliere), un Clint Eastwood già fantasticamente scolpito con l’indolenza perfetta del disilluso, che guarda il ragazzo esanime sprofondato nei sedili dalla Cadillac, simbolo della scintillante e implacabile America, dimenticato e sconosciuto, anche lui, senza redenzione, gloria né consolazione. Sono così, gli uomini di Cimino, ai margini, mai leggeri e mai glorificati dal regista. In un periodo storico come il nostro, in cui si santifica qualsiasi cosa, in cui a volte la banalità del Male viene innalzata su piedistalli ridicoli, e condivide allori con gaglioffi mediocri, Cimino è quanto mai attuale.
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