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venerdì 12 ottobre 2018

Sharp Objects (serie tv), un’opinione

Gli Stati Uniti centro meridionali si confermano la location perfetta
per riversare asciutta disperazione senza scampo in un’opera di immagini.
Lo abbiamo visto in Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, nella prima stagione di True
Detective, lo vediamo in Sharp Objects.
Questa parte di territorio si rosola indolente al sole e scivola ambigua e lasciva
tra le foglie umide e le case sfasciate. Dietro le facciate, l’etichetta bigotta, le limonate
sui tavolini delle signore e le bandiere confederate ecco i mostri, l’alcool permesso e consumato
oltremisura per valicare lo stordimento da provincia, i traumi, il sangue sotto i letti.

La giornalista Camille (Amy Adams in stato di grazia, che entra perfettamente nel ruolo e nell’incubo che ne consegue) deve ritornare a Wind Gap, un buco di case e ventilatori ronzanti, per scrivere un pezzo sulla strana morte di una ragazzina e la scomparsa di un’altra.
Costretta a ritrovare la madre, Adora, archetipo vivente, interpretata magistralmente e doppiata con il tono di voce di un soave Anticristo. Proprio come in un grande utero disfunzionale, le figure maschili sono assenti, con le cuffie alle orecchie o strumentali, o risucchiate dalle riunioni alcoliche.
Camille ritrova anche la sorellastra, che incastra piccoli mobili in una casa di bambole, porta fiocchi tra i capelli e ingurgita pasticche per esperienze lisergiche quando mammina non guarda, e l’ombra della sorellina morta, che rivive nei pianti atoni della madre. Insomma, la giornalista ritrova tutto il nero da cui qualche anno prima tentò di fuggire ma che ovviamente, come ogni nero che si rispetti, non lascia scampo e lascia cicatrici, anche fisiche, imperiture.

Un’impalcatura psichiatricamemte perfetta per una serie notevole, giallo ben orchestrato, con succulenti colpi di scena. Da non perdere. 

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