Spike Lee sciorina il suo miglior repertorio, creando non un film ma un contenitore perfetto
di storia, società, metacinema, passato e presente, cementato da un geniale dosaggio di parole e di commedia. Il metacinema, con la citazione iniziale di Via col Vento, e quella verso il finale di Nascita di una Nazione (famoso film muto del 1915 in cui si celebra il Ku Klux Klan), è fondamentale per cucire la bandiera della Storia americana moderna.
Entro questi confini, si muove l’intreccio basato sulla reale vicenda del poliziotto nero Ron Stallworth, in forza al Commissariato di Colorado Springs, infiltratosi nel Klan grazie ad un ingegnoso stratagemma: lui teneva i contatti telefonici, un suo collega “sosia bianco”, guarda caso ebreo (nel film il fantastico Adam Driver), presenziava agli incontri nella sezione locale dell’Organizzazione. Sullo sfondo una guerra strisciante, fatta di proclami, discorsi e braccia alzate, aggressività verbale, frustrazioni represse e scontri promessi tra gruppi etnici, una guerra dichiarata e sempre sul punto di scoppiare con tutta la sua violenza. Il Klan e i Black Panthers, i bianchi e i neri, ma anche gli italiani, i cinesi, gli ebrei. Il regista ci dice che la guerra è sempre ad un passo, che la convivenza negli USA tra diversi gruppi etnici porta inevitabilmente ad uno scontro, perché si odiano, si temono, certo è che non riescono, o non vogliono, capirsi. Non è un caso che nel film si citi Hoover, che considerava i movimenti per la liberazione del popolo nero come la più grave minaccia interna di sempre. Sotto la patina di tolleranza, si cela il’odio. Ma il tratto geniale della scrittura di questo film sta nel fatto che si usi la commedia, con maschere che sembrano alleggerire ma che veicolano perfettamente la pericolosità dell’ignoranza e dialoghi meravigliosamente spassosi ma spaventosamente seri, questo registro è vincente perché illumina la realtà molto meglio del solito dramma splatter strappalacrime. Il parallelismo con la situazione politica attuale degli Stati Uniti è diretto, e citato più volte, come a ribadire che le cose non cambiano, i fantasmi ritornano. Da guardare preferibilmente in lingua originale, soprattutto le conversazioni telefoniche tra Stallworth e David Duke (vero e ancora vivente ex capo del KKK), in cui i registri linguistici vengono sottomessi al bellissimo gioco degli equivoci. I tòpoi di Spike Lee si ritrovano tutti: impegno sociale, montaggi originali, inquadrature vincenti, colonna sonora riconoscibile e vagamente somigliante a quella del suo Inside Man.
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