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mercoledì 28 novembre 2018

Stagione finale House of Cards, un’opinione

No. No. E No. L’ultima stagione di House of Cards rimarrà sulla coscienza di 
quel baraccone di quaccheri paladini dell’emotivamente corretto che è Netflix.
Questa è la serie che ha dato alla piattaforma americana successo e riconoscimenti planetari,
Kevin Spacey è l’attore che ha terraformato la serie ad immagine del suo titanico talento.
Per questo la sesta ed ultima stagione di un vero capolavoro risente tragicamente ed inevitabilmente dell’improvvisa defenestrazione dell’attore protagonista (ed organo vitale del corpus filmico) a causa di uno scandalo sessuale che lo mette fra i nuovi cattivoni del millennio.
Tuttavia, il fantasma di Frank Underwood, un meraviglioso e diplomatico Keyser Söze in cravatta e studio ovale, aleggia in ogni minuto delle otto puntate.
Deve esserci, Frank, ma non può esserci. Non c’è il corpo ma il suo inestimabile e terribile retaggio, e a nulla servono i ben costruiti colpi di teatro, la trasfigurazione di Claire in Lady Macbeth e della Casa Bianca nella Fortezza Rossa di Cersei Lannister, per farlo scomparire, a chiudere la bocca alla creatura di Kevin Spacey.
Non solo la sua assenza costruisce gli eventi, ma anche una sotterranea e forse inconscia nostalgia che vibra nel testo: sceneggiatura rattoppata, sotto trame non sviluppate, personaggi scivolati dietro le quinte senza un perché, villains che vanno perdendo forza fino al totale scolorimento letterario. Una Claire Underwood che prende finalmente le redini della sestiga reale, mima i discorsi alla quarta parete di suo marito, ma finisce per fare la figura di una Persefone schiava degli ormoni. E di questo, la prodigiosa Robin Wright non ha colpa.
La scelta paracula, poi, di far instaurare alla “signora Presidente” un novello Impero delle Amazzoni, con il 100% di quote rosa nella stanza dei bottoni perché degli uomini non ci si può fidare, è veramente la goccia che fa traboccare il vaso. Non è la prima volta che il femminismo, il perbenismo di facciata, la sottomissione dell’arte al profitto e ai comitati per una vita moralmente retta “alla Netflix”, finiscono per danneggiare ciò che vogliono apparentemente difendere.



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