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giovedì 10 gennaio 2019

Suspiria (2018), un’opinione

Il film dell’anno.

Un prodigioso angosciante viaggio nel buco nero della realtà, dell’irrealta e della storia, nel grigio dell’impotenza della cultura di fronte alla capacità di manipolazione dei sistemi dogmatici che danno sicurezza e nascondono le colpe sotto la promessa di speranza nel futuro, nel corpo e nella mente di una deità maligna che si rivela pian piano e che viene per riprendersi ciò che è suo. Un viaggio dentro la Donna, nel suo sangue, nella sua grazia potente, nella capacità di essere fortezza, dolce iniziatrice e sterminatrice, nel corpo tempio del possibile, nella disciplina della danza, mezzo per trasumanare verso regni inimmaginabili. Il film non è un remake, non può esserlo. 

Gli incubi rosso cremisi sparati sulle pareti della scuola di danza del primo Suspiria ora sono dentro le viscere, dentro brevissimi fotogrammi pieni di corpi aperti, di sangue, di sospiri angoscianti. Tutti i colori dell’orrore sono chiusi in nuvole che viaggiano nella notte tra una mente e l’altra, gli esterni al contrario sono stinti, squadrati, geometrici, silenziosi, Berlino piange lacrime fredde ed incessanti, attraversata da un Muro che sembra parlare con le sue scritte, non è la Friburgo del primo film, è una città assediata dalla violenza degli attentati della Baader-Meinhof. La paura riempie i vuoti, come le notizie diffuse da radio e televisione in ogni ambiente. La colpa atavica dell’Uomo è impersonata dal dottor Klemperer, unica maschera maschile (un’irriconoscibile Tilda Swinton, questo è uno dei lampi geniali del film) che viene destrutturata, giudicata e anche in un certo senso umiliata. Lo psichiatra-Uomo non può comprendere l’importanza di quest’impero di Donne, il loro potere, egli stesso non tiene inizialmente conto, non per cattiveria ma per convenzione, delle loro parole di denuncia, quando le riceve nel suo studio, così come non tenne conto, lui che aveva un certificato di arianesimo, del pericolo che correva l’amata moglie ai tempi del Nazismo.

Il colore e il movimento angosciante del maligno che per tutto il tempo notturno scivolano fra i muri dell’Accademia deflagrano nel pre-epilogo di questo grande spettacolo “in sei atti”, come recita il primo fotogramma. L’avvento della Madre viene disegnato in una scena capitale, rossa e nera, Sabba frenetico, terribile e perfetta Teofania maligna fra le quinte di un grandioso evento da Grand Guignol. Tutto ha una fine, tutto ha un inizio, tutto è simbolo. Splendide le incursioni sonore di Thom Yorke, magistrale Tilda Swinton nei suoi tre ruoli, bravissima Dakota Johnson, un perfetto Luca Guadagnino.

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