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venerdì 15 marzo 2019

La casa di Jack, di Lars Von Trier: un’opinione

Che film. 
Glenn Gould, Vivaldi, David Bowie come colonna sonora. Glenn Gould lo vediamo, suonare e cantare o meglio, mangiare Bach. Poi William Blake, le cattedrali gotiche e i loro “angoli bui”, le geometrie di Speer, l’albero di Goethe. Luce e buio. È la cifra del genio, e dell’Universo. Esiste una interpretazione anti-umanistica dell’arte, del mondo, della storia, dell’uomo. Quella di Von Trier.
Il rovescio della medaglia, l’ombra, il controcanto oscuro, l’abisso che tutti contengono ma che l’Umanesimo borghese si suoi albori nascose con sapienza, oggi lo fa con molta fatica, dietro le linee rassicuranti della prospettiva, i casti e maestosi e simmetrici architravi, le ideali proporzioni. L’Umanesimo non conosce buio, se non in rari casi. L’alchimia e l’esoterismo dei massoni a cui allude sottilmente Von Trier, invece, hanno in mente di indagare l’Io oscuro. Questo Io “psichicamente totale”, che attinge alla dimensione inconscia attraverso la “morte rituale”. Il film di Von Trier, raro capolavoro, allestisce un rito alchemico di opposti, presenta l’indagine dell’incubo, offre crudissima realtà filtrata dalla goffaggine “tecnica” di Jack (maestoso Matt Dillon), lo psicopatico protagonista, che ci solleva per un attimo dall’empatia automatica verso le vittime straziate dalla sua follia compulsiva. In un giardino meraviglioso di citazioni altissime, si snodano i suoi efferati “incidenti”, la parabola di questo ingegnere “artista” (secondo lui) raccontata ad un Bruno Ganz commovente, che “Virgiliamente” traghetta Jack verso l’epilogo in cui il regista sintetizza il suo giudizio morale, presente quasi costantemente nel film. Ironia ed estrema pesantezza, poesia e terrore. Ci sarebbe troppo altro da dire, perché in questo film c’è tutto. Uno dei più bei film degli ultimi anni, una preziosa ampolla di ambrosia da conservare, opera morale e culturale. Andate. E dispiace che sia vietato ai minori di 18 anni, non lo capisco, perché da sempre i media diffondono nefandezze, legalizzate, ben più atroci, prive di messaggi e contenuto, insieme a germi di analfabetismo funzionale.
Che meraviglia Matt Dillon, l’ho già detto?

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