La vera commedia all’italiana, in Corea. Quella di Sordi, Manfredi e della povera grande disillusione.
Il regista asiatico omaggia in molti punti del film, non so quanto consapevolmente, il cinema italiano che conta, esprimendo la lotta di classe (tema attualissimo, oggi più che mai), attraverso il riso amaro e non le magliette finte del Che. Molti dei tòpoi del Neorealismo al servizio di un film che è veramente un gioiello. Troviamo un omaggio anche alla musica Nostrana, “In ginocchio da te” di Gianni Morandi, colonna sonora di una scena.
Da che partiamo? Dalla fine, ovviamente senza svelare troppo: il padre di una delle famiglie protagoniste, quella povera, dice”sai qual è il piano che non fallisce mai? Non averne uno. Se ne escogiti uno, la vita non andrà mai a quel modo”.
Già. C’è la famiglia povera, che vive nei bassifondi, letteralmente bassi, più bassi che non si può, in una casa che sembra un disegno di Escher, una costruzione impossibile, e quella ricca, che vive in alto, dove c’è l’aria buona, in una casa fatta di linee rette, pulite, precise, ricche forme di architettura costosa. La vera e propria scalata della città che la famiglia povera intraprende ogni giorno è metafora di quella sociale agognata e diabolicamente pianificata, bellissime le riprese che evidenziano le stratificazioni urbane, ed umane. Il regista coglie come astuto segugio ogni piccola bizza del destino, cambiamento di prospettiva, urgenza e dubbio dei protagonisti. I luoghi sono la proiezione esteriore dei tormenti degli uomini e delle donne del film.
I miserabili finora raccolgono il nostro appoggio incondizionato. Sembra scontato, no? E invece Bong John-Ho ribalta tutto. Ancora, con una grazia unicamente asiatica, riesce a portare in scena il nero piu abissale. Nessuno è innocente, nemmeno i poveri. In un’atmosfera da film horror, una tregenda di proporzioni bibliche porta ad una specie di agnizione che porterà a sua volta al culmine della storia, catartico (ematico) lavacro di colpe. Pregevole film, da vedere per capire cosa sia la maestria nel fare ritratti di contrasti, di ingiustizie, vendetta, odio, insomma ritratti di colori forti, quelli che la cultura mainstream cerca di farci dimenticare in nome di un cinema ridicolmente rassicurante.
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