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giovedì 23 gennaio 2020

Tolo Tolo, di Checco Zalone: ni

No. Non credo sia un film ideologico. Non parla dell’amore universale, né dell’accoglienza, del siamo tutti uguali, bla bla bla.
Ergo, chi ha acclamato Zalone come il nuovo genio del cinema italiano e della sinistra dopo magari averlo crocifisso come Salvi-fascista per il video promozionale “anti-immigrato” pubblicato furbescamente poco prima dell’uscita del film, beh..non ci siamo.

A questo punto, una cosa è certa: a molti, molti italiani piacciono gli insulti (neanche troppo) subliminali, piace essere considerati meschini, cinici, sgradevoli approfittatori. Anche un po’ crudeli. E ne ridono un sacco. Pure. 
Questo, interpreta Zalone nella sua idea di cinema: l’italiano medio-cre, impigliato stavolta in un viaggio diciamo di formazione attraverso le moderne rotte migratorie umane. L’italianuccio. Come Sordi, fatti i dovuti distinguo di innegabile immensa grandezza (di Sordi, delle sceneggiature che gli cucirono addosso e dei registi che lo diressero), tanti anni prima. Thomas Bernhard e il suo Insulti al Pubblico furono profeti di tale masochismo antropologico dei Sapiens, ma gli austriaci sono meno bonari, infatti Bernhard fu accusato per tutta la vita di covare idee para-naziste solo perché era un pessimista cosmico nonché osservatore realista dell’uomo. Mah.. 
Il protagonista del film, tornando in medias res, segue sempre lo stesso topos Zaloniano, quello dello sciocchino cattivello ed inaffidabile. Cosa cambia, quindi? Innanzitutto alla sceneggiatura di Tolo Tolo partecipa Virzí, e non è un dettaglio da poco; non che sia una garanzia di qualità, ma aiuta. Poi, Zalone alla regia riesce, questo gli è dovuto, a commentare alcune scene in modo più completo ed originale del solito, dando una narrazione pirotecnica di concetti in fondo seri spostando l’attenzione del pubblico ad esempio su espedienti da musical, su numeri “teatrali” che conferiscono un minimo di spessore ad uno stile finora incentrato sulla comicità da “Zelig” dell’attore e del suo turpiloquio e non su quella delle situazioni, il fondamento della Commedia all’Italiana, soprattutto quella amara alla Monicelli. A questo deve tendere, Zalone, ma siamo ancora lontani.

Concludendo, Zalone è un comico, e il comico non vuole padroni, non ci sono alcuna poesia né messaggi da “Figli dell’Amore Eterno” in quello che fa, ed è giusto che sia così, il cinismo è la chiave per usare il registro comico, oggi. A me basterebbe poter riuscire a guardare un suo film per intero e volontariamente, e non costretta da Sun Tzu e le sue regole sulla conoscenza del nemico.

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