Libri

lunedì 13 agosto 2018

Piccola opinione letteraria: Norwegian Wood, di Murakami Haruki

Quando si cerca di rimandare il più possibile la lettura delle ultime cinque pagine di un libro, vuol dire che quel libro si è preso un pezzo di te. Lo stesso quando ci assale un po’di tristezza, chiudendolo e riponendolo nella libreria.
Norwegian Wood è un mondo solo in apparenza leggero. In realtà gli abissi che Murakami
riesce ad indagare sono tanti, implacabili, profondi. La memoria, l’amore e la morte, la disperazione ma anche la salvezza di essere soli, la ribellione rese in una prosa così meravigliosamente malinconica, che riesce a dipingere paesaggi interiori soavi, pieni di poesia e di languore, ma anche tragicamente freddi.
I chiaroscuri ed i contrappesi sono un punto di forza: alla morte, così innaturalmente presente in un universo giovanile si contrappone l’amore in tutte le sue forme, l’amicizia, al rimorso e alla solitudine gli incendi adolescenziali, le meditazioni in extremis. Uno dei più importanti romanzi di formazione mai scritti, che non procede per imprese, ma per insuccessi, pianti, silenzi, paesaggi, per le strade di Tokyo, o boschi nevosi, o mari in tempesta. E attraverso la Musica, sempre presente, compagna di riflessione, entità maieutica e necessaria.

Il protagonista, salendo timido la scala dei suoi vent’anni, arriva alla consapevolezza che perfino il teatro greco non abbia colto, forse volutamente, per motivi umani di auto-conservazione, la vera essenza della tragedia della vita: il deus ex machina, l’artificio letterario che rimette a posto gli ingranaggi della storia, nella vita non esiste. La sofferenza, dice Watanabe Toru, si supera solo “con la sofferenza” ma purtroppo questo non ci salverà, “non ci sarà di nessun aiuto la prossima volta che la sofferenza ci colpirà all’improvviso”. 

domenica 29 luglio 2018

Piccola opinione: Una calibro 20 per lo specialista, di Michael Cimino

Prima di parlare del film, due parole sulla traduzione del titolo, totalmente fuori dalla logica della pellicola, brutto adattamento (omologazione al genere poliziesco Sparatutto dei primi anni Settanta) di un titolo originalmente bello e a suo modo fiabesco: Lightfoot and Thunderbolt. Questi soprannomi vagamente epici e dal sapore antico, vengono tradotti incomprensibilmente con Caribù e Artigliere.. 

domenica 15 luglio 2018

Piccolo diario di viaggio: Pantelleria

Si impara sempre, dai viaggi. Non mi piace chiamarli vacanze, perché non sono cose vuote, i viaggi, né periodi in cui si dovrebbero sospendere i sensi ed ergere muri addosso alla bellezza in nome del riposo comandato. Cosa insegna Pantelleria? Che non decidi tu, dove andare, ma Eolo. Il vento ti organizza la giornata, la vita, e ha guidato, insieme al fuoco che viene dal cuore della Terra, la storia millenaria e straordinaria di quest’isola. Quando è la Natura, a dominare, l’uomo è gentile, accogliente, il suo libero arbitrio e la sua smania di potere sono congelati in un fremito della terra, nelle voci remote portate dal vento, nel verde acceso dei cespugli, nei profumi delle scogliere e nei silenzi delle cascate di stelle, nei discorsi dei fumi caldi e potenti delle viscere e nella danza ipnotica del mare blu cobalto. Qui l’uomo, con le sue casette tirate su a fatica tra selve di pietre nere, i suoi orti interrati e protetti da muri e le viti e gli olivi non più alti di un metro, le fascine sulle fumarole bollenti per distillare acqua per gli animali, è umilmente ingegnoso, ascolta, e ubbidisce.

martedì 3 luglio 2018

Westworld 2, finale di stagione: piccole considerazioni



Questa serie si conferma essere una delle più ispirate del momento, sorretta da una idea di fantascienza impegnata, seria, culturalmente meditata che delizia il palato dei veri amanti del genere. L’episodio finale della seconda stagione si svolge su livelli altissimi di estetica, impatto emotivo e capacità di scioglimento dell’intreccio. Lo spettatore si trova sulle prime disorientato, per l’apparente confusione tra i piani temporali della narrazione, in realtà ci si immerge nella mente di Bernard, l’androide protagonista, e si vive con lui il disallineamento della sua memoria sintetica, auto-provocato coscientemente per evitare l’intrusione del Sistema che vuole distruggere la sua specie. Eccola, la presa di coscienza dell’essere, l’istinto di auto conservazione, il libero arbitrio degli androidi, finalmente tutto si compie. E da qui, inizia un’altra storia, da seguire nella terza stagione. Ah, una delle sigle più belle in assoluto.

lunedì 18 giugno 2018

Una piccola recensione, Solo: A Star Wars Story

Santa Cleopatra. Uno spin off proprio off, cioè spento.
Che parte già sconfitto a partire dalla direzione, affidata a Ron “Don” Howard, il 
regista più mainstream dai tempi di Muccino.
Ron Howard, che addormenta i tempi del film, che addormenta gli spettatori (me due volte)
con le sue trovate normali, prive di mitologia, un po’ manieriste, i suoi scavi psicologici che magari potevano servire in film come A Beautiful Mind, e via discorrendo. 
Ma non con Han Solo, un guitto tutt’altro che elegante, famelico di avventura, un cowboy spaziale privo di regole, sprezzante del pericolo, con una faccia da schiaffi proverbiale e deliziosamente superficiale nel suo atteggiamento da kamikaze.

Han Solo, che io ho amato profondamente proprio per quel suo senso anarcoide del “me ne frego”, distrutto da una trama noiosa, seriosa, da un attore che fa sempre la stessa faccia, due smorfie per sbaglio, che si arrovella come un filosofo e da una storia tragicamente destinata al fiume Lete, condannata all’oblio. Disney, forse il tuo punto più basso dopo Inside Out, Frozen e Gli Ultimi Jedi.