Libri

venerdì 28 agosto 2020

Dogtooth, di Yorgos Lanthimos (2009): il buco nero della famiglia

In questi giorni nelle sale, nonostante il film sia  del 2009. Chi come me trova rifugio dal logorio della vita moderna in Fuori Orario lo avrà già visto, a Ghezzi non è certo sfuggito.

L’esperienza è traumatica, non consiglio questo film a chi considera il cinema come scacciapensieri o ventaglio per scacciare le mosche della riflessione profonda e in un certo senso violentata. E nemmeno a chi ha buona volontà. Serve di più, e cioè l’elisione totale del giudizio (soprattutto del pregiudizio), fino alla fine. 

Il film è vietato ai minori di 18 anni. Questo particolare, nel mondo “adolescenticentrico” di oggi, in cui i ragazzini sono il vero mercato, è fondamentale. Non possono vederlo i ragazzini, biologicamente impreparati ad un film per genitori e dittatori potenziali, e a volte le due tipologie coincidono.

La visione è faticosa, la regia impone inquadrature storte, scatti, fermi estenuanti come la ricerca dello spettatore di un’oasi di tranquillità, che non troverà.

La famiglia “disfunzionale” (eufemismo) che vive nel film gira come falena, o come cane prostrato, il paragone ha più senso, intorno alla luce maligna del padre padrone. Che toglie ai figli lasciati senza nome la possibilità di pensare attraverso la mutilazione del linguaggio. Se non riesci a comunicare non puoi pensare. Lo dice anche Orwell. Chi non pensa è preda della paura e cerca ossessivamente protezione. Ecco che ha senso il padre-dittatore. L’angosciante parabola di questo gruppo di consanguinei, a cui viene risparmiato nulla, anche l’incesto, può essere metafora dei metodi usati tradizionalmente da un regime totalitario: eliminazione del pensiero attraverso l’imposizione di nuovi modelli, linguaggio, mezzi di comunicazione, iniezioni massicce di paura di qualsiasi cosa e soluzioni per la sicurezza, isolamento e annientamento dell’identità individuale. Tuttavia, la comunità viene scossa da un elemento proveniente dal mondo esterno. Perché prima i poi tutti i sistemi crollano. 

Il film si comincia ad apprezzare (molto) a partire dal giorno dopo, subito dopo i titoli di coda c’è solo silenzio, e voglia di uscire dalla sala, o di spegnere la tv.

sabato 11 luglio 2020

Favolacce, Fratelli D’Innocenzo (2020): come una frustata, gelida e necessaria

Andate in uno qualunque dei quartieri “residenziali” della vostra città, in una di quelle griglie da bistecchiera fatte di schiere di villette, piscinette, angoli per lo spiedo, SUV.
Poi, con gli occhi verso quell’orizzonte “borghese”, prendete un pezzo di vetro rotto, scuro, scagliato, variamente convesso e concavo, che taglia ovunque e comunque lo si afferri e guardateci attraverso: Favolacce.

Favolacce, opera seconda dei Fratelli D’Innocenzo, è l’anamorfosi torrida di una realtà che può essere vera, una storia terribile, eppur credibile, di degrado, nonostante l’espediente straniante della narrazione fuori campo (usato forse per attenuare il crudo realismo di certe situazioni), di bruttezza, caldo, nichilismo, di cicale assordanti che sovrastano un totale ed animalesco silenzio culturale.

Bruttezza: i protagonisti sono brutti, o imbruttiti, prosciugati. Denti storti, facce appuntite, oblique, persino le loro ombre sono sinistre.
Estate: non a caso l’estate, l’unica stagione in cui il Male dà il meglio di sé, un’estate che sembra non finire mai e che trasmette allo spettatore claustrofobia, malessere, e la continua sensazione di un’imminente tragedia.
Deglutizione: i protagonisti deglutiscono spesso, a volte rischiano il soffocamento, tentando di mandar giù una vita che non si può masticare.
Brulicano i parassiti: quelli sociali, attori di uno status costruito a colpi di cambiali, i “pulciari”, le “zecche comuniste”, parassiti con bambini, bambini con pidocchi, e gli insetticidi, alla fine.
Rumori: non c’è colonna sonora, ci sono i rumori, dell’estate, delle persone e delle loro ciabatte; anche alcuni “discorsi” dei protagonisti sembrano rumori confusi, a malapena si riesce a comprenderne il senso. La dizione pessima in alcuni tratti è forse voluta?
Inquadrature: tutto lucidamente fuori squadra, le scene non sono inquadrate, sono rubate. La macchina da presa sembra uno dei vicini che spia, da lontano, o che guarda obliquo, da vicino, col timore di essere scoperto.

Favola? Realtà? Comunque senza via di scampo, senza perdono, senza sconti. Era ora.

venerdì 10 luglio 2020

Consigli “fuori orario”

Da Fuori Orario, cose (mai) viste:

Il Massacro di Fort Apache, John Ford 1948
Il Cavaliere della Libertà, David W. Griffith 1930

Che dire..prima il discepolo e poi il maestro. 
Griffith è stato forse il regista più influente di sempre, e anche l’epica ultra-reazionaria, la rappresentazione gloriosa del Ku-Klux-Klan nel famigerato Nascita di una Nazione (1915), non riescono ad oscurare il suo fondamentale apporto alla Settima Arte. Il Cavaliere della Libertà è il suo primo (ed ultimo) film sonoro e parla di Abraham Lincoln. Quindici anni prima esaltava i Confederati, poi colui che fece abolire la schiavitú. È chiaramente impossibile limitare la sua cinematografia visionaria e la sua Weltanschauung al solo commento ideologico. A lui interessava il movimento della storia, e dell’epos attraverso gli uomini e le donne delle sue opere. E siccome il cinema non è altro che movimento (κίνημα), a lui interessava soprattutto il cinema.

Siate nottambuli, la notte non è propaganda di rinascita, non è luce, dogma, ottimismo, non va di moda, quindi è verità.

Giù le statue, ovvero la furia degli abbattuti mentali

Si fa un gran parlare dell’uomo Montanelli, che “affittò” per il suo piacere, sposandola, una povera ragazzina eritrea di 12/14 anni (le fonti sono confuse), infibulata dalla nascita e ovviamente non consenziente. Alcuni amici comunisti sputerebbero anche sul suo cadavere, oggi, diverse erano forse le opinioni quando il giornalista veniva invitato alle Feste de l’Unita al tempo del di lui anti-Berlusconismo.

Chissà se gli stessi, imbrattatori di statue e sostenitori da tastiera, conoscono le vicende private del loro dio Marx, della sua cameriera Helene Demuth, e delle libertà che egli si prendeva nella casa in cui viveva insieme alla moglie, da bravo semi-aristocratico maschilista e padre padrone, mantenuto a vita  dall’eredità del padre, odiatore della Russia e pure forse un po’ antisemita (vedi “Sulla questione ebraica”, 1844) che nel tempo libero parlava di emancipazione delle donne, lotta di classe e abolizione del diritto di successione.

Per non parlare di Stalin quarantenne e la sua propensione per le quattordicenni, o della pedofilia del grande, grandissimo Pasolini, bla bla bla il discorso potrebbe durare secoli.

Vogliamo continuare con queste pagliacciate, o cerchiamo di studiare o leggere un po’ di più, per imparare a contestualizzare e a separare gli uomini ed i loro a volte gravi errori dal peso storico delle loro opere?

Babylon Berlin (serie tv), da non perdere

La Germania al tramonto della Repubblica di Weimar è lo sfondo di un noir veramente accattivante, dalle ombre caravaggesche e mai banale. Berlino/Babilonia è selvaggia, rutilante, piena di vita e già capitale delle avanguardie artistiche. L’interesse per le vicende poliziesche e non dei personaggi aumenta pian piano, fino a diventare febbrile nel vortice delle ultime puntate.

Inoltre, i parallelismi con il tempo storico attuale innescati dal puntuale racconto della morte progressiva dell’era delle “speranze” di Weimar, sembrano calzanti. Si attende con disincanto la disintegrazione dello stato, il mondo che si prepara alla crisi del 1929, si offre fatalista agli eventi, brilla e brucia in un istante di decadenza totale, lasciando il passo alle manovre oscure di quello che sarà il nuovo Reich.