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sabato 11 luglio 2020

Favolacce, Fratelli D’Innocenzo (2020): come una frustata, gelida e necessaria

Andate in uno qualunque dei quartieri “residenziali” della vostra città, in una di quelle griglie da bistecchiera fatte di schiere di villette, piscinette, angoli per lo spiedo, SUV.
Poi, con gli occhi verso quell’orizzonte “borghese”, prendete un pezzo di vetro rotto, scuro, scagliato, variamente convesso e concavo, che taglia ovunque e comunque lo si afferri e guardateci attraverso: Favolacce.

Favolacce, opera seconda dei Fratelli D’Innocenzo, è l’anamorfosi torrida di una realtà che può essere vera, una storia terribile, eppur credibile, di degrado, nonostante l’espediente straniante della narrazione fuori campo (usato forse per attenuare il crudo realismo di certe situazioni), di bruttezza, caldo, nichilismo, di cicale assordanti che sovrastano un totale ed animalesco silenzio culturale.

Bruttezza: i protagonisti sono brutti, o imbruttiti, prosciugati. Denti storti, facce appuntite, oblique, persino le loro ombre sono sinistre.
Estate: non a caso l’estate, l’unica stagione in cui il Male dà il meglio di sé, un’estate che sembra non finire mai e che trasmette allo spettatore claustrofobia, malessere, e la continua sensazione di un’imminente tragedia.
Deglutizione: i protagonisti deglutiscono spesso, a volte rischiano il soffocamento, tentando di mandar giù una vita che non si può masticare.
Brulicano i parassiti: quelli sociali, attori di uno status costruito a colpi di cambiali, i “pulciari”, le “zecche comuniste”, parassiti con bambini, bambini con pidocchi, e gli insetticidi, alla fine.
Rumori: non c’è colonna sonora, ci sono i rumori, dell’estate, delle persone e delle loro ciabatte; anche alcuni “discorsi” dei protagonisti sembrano rumori confusi, a malapena si riesce a comprenderne il senso. La dizione pessima in alcuni tratti è forse voluta?
Inquadrature: tutto lucidamente fuori squadra, le scene non sono inquadrate, sono rubate. La macchina da presa sembra uno dei vicini che spia, da lontano, o che guarda obliquo, da vicino, col timore di essere scoperto.

Favola? Realtà? Comunque senza via di scampo, senza perdono, senza sconti. Era ora.

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