Hugh Grant sembra mio nonno, Nicole Kidman in versione bootleg, praticamente di originale le sono rimasti gli occhi e i capelli. La loro recitazione, tuttavia, risplende come gemma preziosa incastonata nell’intreccio classico di un thriller psicologico, finalmente. Un po’ di Hitchcock, poco movimento ma molta dinamicità, molti sguardi rivelatori. Tutto il cast merita un plauso. Le vicende si dipanano nelle strade e nelle residenze lussuose di un Upper East Side (Manhattan) distaccato: la Kidman (Grace) cammina molto, preda di vortici di pensieri che infuriano nei suoi occhi, e Central Park la segue con il suo profilo maestoso. Hugh Grant (Jonathan) parla con la sua magistrale mimica facciale, e gli occhi che sanno essere di pietra. La storia sorprende ad ogni puntata, non ristagna mai, presenta colpi di scena e mille sfaccettature di significato. Il non detto è il cuore semantico della serie. E soprattutto l’inganno, che può scaturire dalla percezione e dalle aspettative, o l’apparente adamantina tenuta della famigliola felice o lo sgretolamento delle certezze, e la bestialità che lievita sotto i merletti del socialmente presentabile.
La corsia preferenziale, ammobiliata di parole e discorsi, per chiunque ami lo stress rilassante del confronto e del sincero libero sfogo
lunedì 11 gennaio 2021
giovedì 24 settembre 2020
Le strade del Male (film Netflix)
Adattamento di un romanzo di Donald Ray Pollock, presente nel film come voce narrante, orpello non necessario e a tratti inutile. Questo film contiene due elementi potenzialmente vincenti: il cast e il protagonista, il Male. Consiglio vivamente di guardarlo in lingua originale (Netflix lo permette), per godere dei grovigli, delle atmosfere create da una lingua che ritrae un’America che sembra, ma ahimè non è, lontanissima. L’inglese Robert Pattinson, poi, che parla perfettamente il dialetto dell’Ohio è una chicca. Il suo essere a volte sopra le righe con la recitazione è dovuto forse alla difficoltà oggettiva di entrare in una lingua che praticamente non è la sua, ma così il suo ritratto dello spietato reverendo è perfetto, compresa la voce che si impenna e stride malignamente.
Il cast salva il film. Si tratta di un racconto che non ha il mordente né la capacità di “toccare” chi guarda, di far riflettere sul Male, anche se quest’ultimo è presente dal primo minuto. Molte cose già viste, anche la violenza sembra fine a se stessa. Vorrebbe essere uno dei grandi affreschi della provincia nordamericana, piena di contraddizioni, di implacabili voragini in cui le persone cadono inermi, ma non ci riesce. Siamo lontani dalle atmosfere di Anderson, Faulkner, Vonnegut, Capote. Peccato.
domenica 6 settembre 2020
TENET, Christopher Nolan (2020): Sator Tenet Vertigo Rotas
Al centro del famoso Quadrato del SATOR, ovunque esso sia scolpito o intagliato, la parola TENET emerge e si stampa come una croce negli occhi che ne percorrono lo spazio prima in avanti, poi all’indietro, e l’indietro è un avanti differente, ma uguale.
Il film prende gli stessi occhi e li strapazza avanti e indietro sulla croce, però, di una vertigine temporale perfetta. Quindi, in questo caso, protagonista non è solo la costruzione visiva ma il tempo. Perché fin dall’inizio, trascinati subito “in medias res” da una colonna sonora materica che schiocca come cavi di acciaio elettrificati, cercherete di trovare il bandolo, un particolare, un fotogramma, un qualsiasi appiglio che aiuti a dipanare la matassa metafisica, ontologica, filosofica alla base del racconto di immagini.
Ma no. Non la troverete. Perché in realtà è tutto molto semplice, tutto è già dentro di voi.
Occorre farsi trascinare nel e dal viaggio, che contiene sia l’enigma che la soluzione. Come sull’altalena: si va e si torna, e quando si torna si sente la vertigine dell’inversione. Il regista non vuole essere filosofo, oppure sì, chi lo sa, ma forse il senso sta nella convenzione. Finché tutto sarà convenzione, ci sarà vertigine. Nolan costruisce con pochissimi “effetti speciali” e con un geniale uso del montaggio un film che porta il suo marchio, quello di colui che padroneggia il flusso delle immagini e rapisce lo spettatore sparpagliandone a volte le certezze, ma regalando anche, in questo fiume apparentemente freddo di nozioni, momenti riservati all’importanza del sacrificio per l’ideale di un bene superiore.
Il film va visto rigorosamente in sala, o a casa, a patto di avere un impianto audio adeguato, perché la colonna sonora è parte della vertigine.
Un paio di appunti li farei:
Kenneth Branagh. Il ruolo, e soprattutto la panza, dell’oligarca russo (ergo spietato) non gli si addice;
Il Protagonista (volutamente senza nome)/Washington è di colore, Neil/Pattinson è bianco, un dualismo razziale antirazzista che non vuole offendere alcuno, tranne l’intelligenza e la pazienza di chi assiste.
Per il resto, sono uscita (o entrata, chi può dirlo?) dalla sala appagata è vagamente esaltata, anche se e forse perché “viviamo in un mondo crepuscolare”. “Niente amici al tramonto”.
venerdì 28 agosto 2020
Dogtooth, di Yorgos Lanthimos (2009): il buco nero della famiglia
In questi giorni nelle sale, nonostante il film sia del 2009. Chi come me trova rifugio dal logorio della vita moderna in Fuori Orario lo avrà già visto, a Ghezzi non è certo sfuggito.
L’esperienza è traumatica, non consiglio questo film a chi considera il cinema come scacciapensieri o ventaglio per scacciare le mosche della riflessione profonda e in un certo senso violentata. E nemmeno a chi ha buona volontà. Serve di più, e cioè l’elisione totale del giudizio (soprattutto del pregiudizio), fino alla fine.
Il film è vietato ai minori di 18 anni. Questo particolare, nel mondo “adolescenticentrico” di oggi, in cui i ragazzini sono il vero mercato, è fondamentale. Non possono vederlo i ragazzini, biologicamente impreparati ad un film per genitori e dittatori potenziali, e a volte le due tipologie coincidono.
La visione è faticosa, la regia impone inquadrature storte, scatti, fermi estenuanti come la ricerca dello spettatore di un’oasi di tranquillità, che non troverà.
La famiglia “disfunzionale” (eufemismo) che vive nel film gira come falena, o come cane prostrato, il paragone ha più senso, intorno alla luce maligna del padre padrone. Che toglie ai figli lasciati senza nome la possibilità di pensare attraverso la mutilazione del linguaggio. Se non riesci a comunicare non puoi pensare. Lo dice anche Orwell. Chi non pensa è preda della paura e cerca ossessivamente protezione. Ecco che ha senso il padre-dittatore. L’angosciante parabola di questo gruppo di consanguinei, a cui viene risparmiato nulla, anche l’incesto, può essere metafora dei metodi usati tradizionalmente da un regime totalitario: eliminazione del pensiero attraverso l’imposizione di nuovi modelli, linguaggio, mezzi di comunicazione, iniezioni massicce di paura di qualsiasi cosa e soluzioni per la sicurezza, isolamento e annientamento dell’identità individuale. Tuttavia, la comunità viene scossa da un elemento proveniente dal mondo esterno. Perché prima i poi tutti i sistemi crollano.
Il film si comincia ad apprezzare (molto) a partire dal giorno dopo, subito dopo i titoli di coda c’è solo silenzio, e voglia di uscire dalla sala, o di spegnere la tv.
sabato 11 luglio 2020
Favolacce, Fratelli D’Innocenzo (2020): come una frustata, gelida e necessaria
Poi, con gli occhi verso quell’orizzonte “borghese”, prendete un pezzo di vetro rotto, scuro, scagliato, variamente convesso e concavo, che taglia ovunque e comunque lo si afferri e guardateci attraverso: Favolacce.
Favolacce, opera seconda dei Fratelli D’Innocenzo, è l’anamorfosi torrida di una realtà che può essere vera, una storia terribile, eppur credibile, di degrado, nonostante l’espediente straniante della narrazione fuori campo (usato forse per attenuare il crudo realismo di certe situazioni), di bruttezza, caldo, nichilismo, di cicale assordanti che sovrastano un totale ed animalesco silenzio culturale.
Bruttezza: i protagonisti sono brutti, o imbruttiti, prosciugati. Denti storti, facce appuntite, oblique, persino le loro ombre sono sinistre.
Estate: non a caso l’estate, l’unica stagione in cui il Male dà il meglio di sé, un’estate che sembra non finire mai e che trasmette allo spettatore claustrofobia, malessere, e la continua sensazione di un’imminente tragedia.
Deglutizione: i protagonisti deglutiscono spesso, a volte rischiano il soffocamento, tentando di mandar giù una vita che non si può masticare.
Brulicano i parassiti: quelli sociali, attori di uno status costruito a colpi di cambiali, i “pulciari”, le “zecche comuniste”, parassiti con bambini, bambini con pidocchi, e gli insetticidi, alla fine.
Rumori: non c’è colonna sonora, ci sono i rumori, dell’estate, delle persone e delle loro ciabatte; anche alcuni “discorsi” dei protagonisti sembrano rumori confusi, a malapena si riesce a comprenderne il senso. La dizione pessima in alcuni tratti è forse voluta?
Inquadrature: tutto lucidamente fuori squadra, le scene non sono inquadrate, sono rubate. La macchina da presa sembra uno dei vicini che spia, da lontano, o che guarda obliquo, da vicino, col timore di essere scoperto.
Favola? Realtà? Comunque senza via di scampo, senza perdono, senza sconti. Era ora.