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giovedì 24 maggio 2018

Piccola recensione: Dogman

Questo è un film che tutti dovrebbero vedere, specialmente quelli che hanno preferito Lazzaro Felice della Rohrwacher, pensando che l’umanità abbia una qualche speranza.
Dogman è un insegna, un negozio, un punto arrugginito, un omino dalla voce tremula incastrato nel Very Far West di un mondo qualunque. Il protagonista restituisce MAGISTRALMENTE la sensazione continua di polvere negli occhi, stanchi del vento giallo del quartiere, occhi pieni di occhiaie, infossati come quelli di un pesce morto da tanto ma che aspetta comunque la morte, per chiudere un cerchio che non si chiude mai. 
Eccellente la scelta dei volti, per questo film: lividi, nascosti dalle rughe, dalle ferite, dal sangue, dal buio, risucchiati nell’abbrutimento della periferia. Giganteggiano i luoghi: palazzi come bocche storte asciati morire nell’umidità, pozzanghere ovunque, vento e cespugli secchi, avvolti da luce verdognola, chiodi sporgenti sulle altalene cigolanti, un mare che non incanta, ma che porta nuvole arcigne. Natura matrigna e crudele, come direbbe Leopardi. 
I cani, ingabbiati, attraverso i quali lo spettatore intuisce, senza vederli direttamente, i momenti più tragici (scelta geniale), sono gli unici esseri degni di empatia, in un fatale capovolgimento di senso. Le persone, compreso il protagonista, un fagotto debole ed inutile che cerca faticosamente negli altri legittimazione esistenziale, non si salvano. Nessuno si salva. Anche se si tratta di un gigantesco girone zeppo di vittime, di sconfitti, di animi un tempo sensibili ma sfasciati dalla connivenza. Non esiste speranza, né redenzione. È una tragedia perfetta. È la vita, senza la coperta di Linus dell’illusione.

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