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sabato 12 maggio 2018

Piccola recensione: Loro 2 di Paolo Sorrentino

Consiglio: Loro 1 non è propedeutico, può essere tranquillamente visto dopo il 2

Ogni corte riflette il suo Re, il Berlusconismo è senza dubbio volgarità della corte, più
che del suo Emittente Leader, un uomo atterrito dal suo stesso narcisismo, decrepito ma concupito come un papiro del Mar Morto. Sorrentino non ama ciò che rappresenta, e si vede, perché si ferma, si sofferma, indulge nel “Cafonal” spinto, ritraendo senza il sostegno della sintesi la parata di un circo ahimè troppo poco felliniano, in un raptus narrativo che sa di vendetta cieca.

La cifra “sorrentiniana” è tuttavia presente, con grandi attimi di spiazzamento estetico
e scene salvifiche di rara bellezza simbolista. Servillo gigantesco, bellissimo il monologo
della vendita al buio di un appartamento inesistente ad una signora sconosciuta, una specie di Viagra che rimette in moto lo sfiduciato e spento Gran Visir di tutti i Venditori.
Il Berlusconi di Loro 1 è evanescente, soverchiato da rondò di questuanti, quello di Loro 2 è triste, malinconico, illuminato da una luce livida, laterale e caravaggesca, schiacciato dalle verità di una ventenne-specchio, con la faccia e la dizione a volte un po’ troppo sopra le righe.
Il dialogo con Veronica Lario-Elena Sofia Ricci (in stato di grazia), in cui lei impersona in un corpo solo tutti gli haters del Silvione Nazionale, è uno dei momenti in cui la maschera del Dio si scioglie, schiudendo un fraseggio intenso e nodale per la caduta finale, con crepe, sismi e divinità morte poggiate su drappi scarlatti. E macerie.

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