2020: in un luogo imprecisato degli Stati Uniti alcuni sopravvissuti sono costretti nella morsa della solitudine e del silenzio, perché i mostri (alieni) che invadono a quanto pare tutto il Pianeta mangiano qualsiasi cosa emetta rumore.
Il film si apre ad eventi già accaduti, mostrandone solo le conseguenze: luoghi deserti, macchine e macchinari spenti ed abbandonati alla ruggine silenziosa ed inesorabile, campi incolti, sentieri ricoperti di farina per attutire il rumore dei passi. Il minimo rumore porta ad una morte subitanea: un singhiozzo, il suono proveniente da un giocattolo, i lamenti per le doglie improvvise (quella del parto, a parer mio, si rivela la scena madre, in cui i suoni della vita nascente portano solo morte). Non è il solito film, che parla di apocalissi e sopravvivenza, questo parla del silenzio. L’intuizione magica di fare del silenzio il protagonista del lungometraggio impreziosisce tutto il girato. Ecco quindi i protagonisti che comunicano con il linguaggio dei segni, che scoprono la bellezza e l’importanza dei gesti e degli sguardi, la mancanza dei suoni è così assordante che basta per straniare totalmente lo spettatore immergendolo in un mondo claustrofobico, ma scioglie al contempo le riserve di inquietudine inducendo una partecipazione sincera alle vicende narrate.
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