Andate in uno qualunque dei quartieri “residenziali” della vostra città, in una di quelle griglie da bistecchiera fatte di schiere di villette, piscinette, angoli per lo spiedo, SUV.
Poi, con gli occhi verso quell’orizzonte “borghese”, prendete un pezzo di vetro rotto, scuro, scagliato, variamente convesso e concavo, che taglia ovunque e comunque lo si afferri e guardateci attraverso: Favolacce.
Favolacce, opera seconda dei Fratelli D’Innocenzo, è l’anamorfosi torrida di una realtà che può essere vera, una storia terribile, eppur credibile, di degrado, nonostante l’espediente straniante della narrazione fuori campo (usato forse per attenuare il crudo realismo di certe situazioni), di bruttezza, caldo, nichilismo, di cicale assordanti che sovrastano un totale ed animalesco silenzio culturale.
Bruttezza: i protagonisti sono brutti, o imbruttiti, prosciugati. Denti storti, facce appuntite, oblique, persino le loro ombre sono sinistre.
Estate: non a caso l’estate, l’unica stagione in cui il Male dà il meglio di sé, un’estate che sembra non finire mai e che trasmette allo spettatore claustrofobia, malessere, e la continua sensazione di un’imminente tragedia.
Deglutizione: i protagonisti deglutiscono spesso, a volte rischiano il soffocamento, tentando di mandar giù una vita che non si può masticare.
Brulicano i parassiti: quelli sociali, attori di uno status costruito a colpi di cambiali, i “pulciari”, le “zecche comuniste”, parassiti con bambini, bambini con pidocchi, e gli insetticidi, alla fine.
Rumori: non c’è colonna sonora, ci sono i rumori, dell’estate, delle persone e delle loro ciabatte; anche alcuni “discorsi” dei protagonisti sembrano rumori confusi, a malapena si riesce a comprenderne il senso. La dizione pessima in alcuni tratti è forse voluta?
Inquadrature: tutto lucidamente fuori squadra, le scene non sono inquadrate, sono rubate. La macchina da presa sembra uno dei vicini che spia, da lontano, o che guarda obliquo, da vicino, col timore di essere scoperto.
Favola? Realtà? Comunque senza via di scampo, senza perdono, senza sconti. Era ora.
La corsia preferenziale, ammobiliata di parole e discorsi, per chiunque ami lo stress rilassante del confronto e del sincero libero sfogo
sabato 11 luglio 2020
venerdì 10 luglio 2020
Consigli “fuori orario”
Da Fuori Orario, cose (mai) viste:
Il Massacro di Fort Apache, John Ford 1948
Il Cavaliere della Libertà, David W. Griffith 1930
Che dire..prima il discepolo e poi il maestro.
Griffith è stato forse il regista più influente di sempre, e anche l’epica ultra-reazionaria, la rappresentazione gloriosa del Ku-Klux-Klan nel famigerato Nascita di una Nazione (1915), non riescono ad oscurare il suo fondamentale apporto alla Settima Arte. Il Cavaliere della Libertà è il suo primo (ed ultimo) film sonoro e parla di Abraham Lincoln. Quindici anni prima esaltava i Confederati, poi colui che fece abolire la schiavitú. È chiaramente impossibile limitare la sua cinematografia visionaria e la sua Weltanschauung al solo commento ideologico. A lui interessava il movimento della storia, e dell’epos attraverso gli uomini e le donne delle sue opere. E siccome il cinema non è altro che movimento (κίνημα), a lui interessava soprattutto il cinema.
Siate nottambuli, la notte non è propaganda di rinascita, non è luce, dogma, ottimismo, non va di moda, quindi è verità.
Giù le statue, ovvero la furia degli abbattuti mentali
Si fa un gran parlare dell’uomo Montanelli, che “affittò” per il suo piacere, sposandola, una povera ragazzina eritrea di 12/14 anni (le fonti sono confuse), infibulata dalla nascita e ovviamente non consenziente. Alcuni amici comunisti sputerebbero anche sul suo cadavere, oggi, diverse erano forse le opinioni quando il giornalista veniva invitato alle Feste de l’Unita al tempo del di lui anti-Berlusconismo.
Chissà se gli stessi, imbrattatori di statue e sostenitori da tastiera, conoscono le vicende private del loro dio Marx, della sua cameriera Helene Demuth, e delle libertà che egli si prendeva nella casa in cui viveva insieme alla moglie, da bravo semi-aristocratico maschilista e padre padrone, mantenuto a vita dall’eredità del padre, odiatore della Russia e pure forse un po’ antisemita (vedi “Sulla questione ebraica”, 1844) che nel tempo libero parlava di emancipazione delle donne, lotta di classe e abolizione del diritto di successione.
Per non parlare di Stalin quarantenne e la sua propensione per le quattordicenni, o della pedofilia del grande, grandissimo Pasolini, bla bla bla il discorso potrebbe durare secoli.
Vogliamo continuare con queste pagliacciate, o cerchiamo di studiare o leggere un po’ di più, per imparare a contestualizzare e a separare gli uomini ed i loro a volte gravi errori dal peso storico delle loro opere?
Chissà se gli stessi, imbrattatori di statue e sostenitori da tastiera, conoscono le vicende private del loro dio Marx, della sua cameriera Helene Demuth, e delle libertà che egli si prendeva nella casa in cui viveva insieme alla moglie, da bravo semi-aristocratico maschilista e padre padrone, mantenuto a vita dall’eredità del padre, odiatore della Russia e pure forse un po’ antisemita (vedi “Sulla questione ebraica”, 1844) che nel tempo libero parlava di emancipazione delle donne, lotta di classe e abolizione del diritto di successione.
Per non parlare di Stalin quarantenne e la sua propensione per le quattordicenni, o della pedofilia del grande, grandissimo Pasolini, bla bla bla il discorso potrebbe durare secoli.
Vogliamo continuare con queste pagliacciate, o cerchiamo di studiare o leggere un po’ di più, per imparare a contestualizzare e a separare gli uomini ed i loro a volte gravi errori dal peso storico delle loro opere?
Babylon Berlin (serie tv), da non perdere
La Germania al tramonto della Repubblica di Weimar è lo sfondo di un noir veramente accattivante, dalle ombre caravaggesche e mai banale. Berlino/Babilonia è selvaggia, rutilante, piena di vita e già capitale delle avanguardie artistiche. L’interesse per le vicende poliziesche e non dei personaggi aumenta pian piano, fino a diventare febbrile nel vortice delle ultime puntate.
Inoltre, i parallelismi con il tempo storico attuale innescati dal puntuale racconto della morte progressiva dell’era delle “speranze” di Weimar, sembrano calzanti. Si attende con disincanto la disintegrazione dello stato, il mondo che si prepara alla crisi del 1929, si offre fatalista agli eventi, brilla e brucia in un istante di decadenza totale, lasciando il passo alle manovre oscure di quello che sarà il nuovo Reich.
Inoltre, i parallelismi con il tempo storico attuale innescati dal puntuale racconto della morte progressiva dell’era delle “speranze” di Weimar, sembrano calzanti. Si attende con disincanto la disintegrazione dello stato, il mondo che si prepara alla crisi del 1929, si offre fatalista agli eventi, brilla e brucia in un istante di decadenza totale, lasciando il passo alle manovre oscure di quello che sarà il nuovo Reich.
Ad Astra: Brad scintilla anche nel cielo dei flop
“Tutto è possibile”?
Ho recentemente visto “Ad Astra”, primo perché per mio dogma e diktat ormonale non perdo alcuno dei film con Brad Pitt (tra l’altro oggettivamente uno dei migliori attori in circolazione), secondo perché amo il genere fantascientifico e cerco di seguirlo in tutte le sue declinazioni.
La pellicola è molto ambiziosa, un po’ troppo, filosoficamente parlando (sulla linea di 2001: Odissea nello Spazio, come taglio introspettivo, ma assolutamente incapace di raggiungere almeno la metà dell’altezza e densità semiologica del film di Kubrick), bellissima esteticamente parlando, e secondo il mio modesto parere aiuta a rafforzare un’ipotesi: l’impossibilità, per l’uomo, di colonizzare lo spazio profondo.
Non parlo delle “gite fuori porta” sulla SSI o del “weekend lungo” sulla Luna (magari potessi!). Parlo di viaggi lunghi, sei, otto, dodici, ventiquattro mesi ed oltre, e di soggiorno stabile su colonie extraterrestri. Tengo da parte la fattibilità tecnica della cosa, gusci criogeni e affini, mi interessa la gestione psicologica, perché noi siamo soprattutto mente. Lo spazio profondo è un ambiente infinitamente ostile, in cui l’uomo può morire in un nano secondo, senza adeguate e massicce fortificazioni. La psiche umana resisterebbe a cotanto nero, a pesanti limitazioni di libertà di movimento, semi-deprivazioni sensoriali e silenzio freddo, per mesi, anni, per sempre, senza entrare in un loop infernale di autodistruzione? Io non credo. La tecnologia, ormai tecnocrazia, non tiene conto delle incognite ed implicazioni metafisiche, e la solitudine nel vuoto siderale è una di queste. C’è gente che sclera per due mesi di quarantena divanata, figuriamoci. Poi, io darei non so cosa per potermi trovare tra gli anelli di Saturno, i bastioni di Orione e le porte di Tannhäuser, ma questo è un altro discorso.
Ho recentemente visto “Ad Astra”, primo perché per mio dogma e diktat ormonale non perdo alcuno dei film con Brad Pitt (tra l’altro oggettivamente uno dei migliori attori in circolazione), secondo perché amo il genere fantascientifico e cerco di seguirlo in tutte le sue declinazioni.
La pellicola è molto ambiziosa, un po’ troppo, filosoficamente parlando (sulla linea di 2001: Odissea nello Spazio, come taglio introspettivo, ma assolutamente incapace di raggiungere almeno la metà dell’altezza e densità semiologica del film di Kubrick), bellissima esteticamente parlando, e secondo il mio modesto parere aiuta a rafforzare un’ipotesi: l’impossibilità, per l’uomo, di colonizzare lo spazio profondo.
Non parlo delle “gite fuori porta” sulla SSI o del “weekend lungo” sulla Luna (magari potessi!). Parlo di viaggi lunghi, sei, otto, dodici, ventiquattro mesi ed oltre, e di soggiorno stabile su colonie extraterrestri. Tengo da parte la fattibilità tecnica della cosa, gusci criogeni e affini, mi interessa la gestione psicologica, perché noi siamo soprattutto mente. Lo spazio profondo è un ambiente infinitamente ostile, in cui l’uomo può morire in un nano secondo, senza adeguate e massicce fortificazioni. La psiche umana resisterebbe a cotanto nero, a pesanti limitazioni di libertà di movimento, semi-deprivazioni sensoriali e silenzio freddo, per mesi, anni, per sempre, senza entrare in un loop infernale di autodistruzione? Io non credo. La tecnologia, ormai tecnocrazia, non tiene conto delle incognite ed implicazioni metafisiche, e la solitudine nel vuoto siderale è una di queste. C’è gente che sclera per due mesi di quarantena divanata, figuriamoci. Poi, io darei non so cosa per potermi trovare tra gli anelli di Saturno, i bastioni di Orione e le porte di Tannhäuser, ma questo è un altro discorso.
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