“Tutto è possibile”?
Ho recentemente visto “Ad Astra”, primo perché per mio dogma e diktat ormonale non perdo alcuno dei film con Brad Pitt (tra l’altro oggettivamente uno dei migliori attori in circolazione), secondo perché amo il genere fantascientifico e cerco di seguirlo in tutte le sue declinazioni.
La pellicola è molto ambiziosa, un po’ troppo, filosoficamente parlando (sulla linea di 2001: Odissea nello Spazio, come taglio introspettivo, ma assolutamente incapace di raggiungere almeno la metà dell’altezza e densità semiologica del film di Kubrick), bellissima esteticamente parlando, e secondo il mio modesto parere aiuta a rafforzare un’ipotesi: l’impossibilità, per l’uomo, di colonizzare lo spazio profondo.
Non parlo delle “gite fuori porta” sulla SSI o del “weekend lungo” sulla Luna (magari potessi!). Parlo di viaggi lunghi, sei, otto, dodici, ventiquattro mesi ed oltre, e di soggiorno stabile su colonie extraterrestri. Tengo da parte la fattibilità tecnica della cosa, gusci criogeni e affini, mi interessa la gestione psicologica, perché noi siamo soprattutto mente. Lo spazio profondo è un ambiente infinitamente ostile, in cui l’uomo può morire in un nano secondo, senza adeguate e massicce fortificazioni. La psiche umana resisterebbe a cotanto nero, a pesanti limitazioni di libertà di movimento, semi-deprivazioni sensoriali e silenzio freddo, per mesi, anni, per sempre, senza entrare in un loop infernale di autodistruzione? Io non credo. La tecnologia, ormai tecnocrazia, non tiene conto delle incognite ed implicazioni metafisiche, e la solitudine nel vuoto siderale è una di queste. C’è gente che sclera per due mesi di quarantena divanata, figuriamoci. Poi, io darei non so cosa per potermi trovare tra gli anelli di Saturno, i bastioni di Orione e le porte di Tannhäuser, ma questo è un altro discorso.
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