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lunedì 28 aprile 2014

La Grande Bellezza non è solo un film

“la teoria del cinema non si fonda sul cinema, ma sui concetti del cinema, che sono pratiche effettive ed esistenti quanto lo stesso cinema (…). Sicchè c’è sempre un’ora mezzogiorno-mezzanotte, in cui non bisogna più chiedersi “che cos’è il cinema?”, ma “che cos’è la filosofia?”
Deve ritenersi fortunato il Paese che riesca a crescere artisti come Pasolini, che in queste poche righe definisce il carattere reale e mimetico della pratica cinematografica.
Deve ritenersi fortunato, ma non necessariamente Grande, o Bello, o degno di onori, questo Paese.
La Bellezza, non quella fisica, ma quella che nasce dalla meraviglia aristotelica, presupposto di ogni Arte, andrebbe considerata come concetto fondante di ogni cultura, specialmente quella italiana.
Invece, di Bellezza, è rimasta solo quella delle antiche vestigia, sterile, vaga come un miraggio e  raccogli-turisti, da cui nessuno prende esempio.
Proprio perché esiste ancora un sottile pudore borghese, che tende ad evitare il linguaggio diretto per descrivere la verità, i film che sembrano i più astratti, assurdi, grotteschi, sono invece quelli più aderenti alla realtà esistente, costruiti con un impianto metaforico straordinario, che incanta, a volte disturbando, chi guarda, instillando sub-liminalmente il dubbio e l’angoscia; “La Grande Bellezza” non è solo un film, ma una messa da requiem, triste, senza scampo se non per chi, appunto, muore (il figlio della facoltosa borghese Viola) o scappa (Romano) terminando anch’egli, in un certo senso, la sua vita in quel momento storico e in quel luogo; un requiem dalle immagini potenti, chiaroscurate alla maniera del Caravaggio; a questa, che è una vera e propria inventio narrativa, non si può dare il solo ruolo riduttivo di gesto onirico del regista, o esercizio di stile auto-referenziale.
Non si tratta di un sogno, anche se il confine è spesso varcato: il film inizia con una citazione di Céline sulla Morte e la Finzione, continua con la morte del turista, prosegue con la morte, in vita, dei personaggi e della società che abitano. I dialoghi, densi, ragionati e a tratti pomposi contrastano con la vaghezza sublime dell’intorno, quindi la Fine e il Viaggio reale si alternano; i politici non compaiono, non vengono presi in considerazione perché sarebbe stata sì banale, la sfilata dei vizi dei curatori della Cosa Pubblica. La Fine e la Morte sono anche nelle ultime parole di Jep, che chiudono il cerchio filmico e filosofico.
L’ombra di Fellini è presente, accarezza molte scene, ma non si traduce in una sequela di stereotipi, anzi, il film trae forza da questa ombra, mai invadente; non dovrebbe essere considerato un demerito, per il regista, l’essere riuscito a invocare quell’ombra, dandogli anche del personale. Diamo i giusti contorni e i giusti meriti a questa opera (e al cinema, la Settima Arte), includendone ovviamente anche i limiti, e poco male se verrà esclusa dal cosiddetto, moderno Made in Italy, fatto di ricordi, scarpe, vestiti e automobili, che non ci consegna un primato culturale ma, ahimè, di marketing di nicchia. 

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