“la teoria del cinema non si
fonda sul cinema, ma sui concetti del cinema, che sono pratiche effettive ed
esistenti quanto lo stesso cinema (…). Sicchè c’è sempre un’ora
mezzogiorno-mezzanotte, in cui non bisogna più chiedersi “che cos’è il
cinema?”, ma “che cos’è la filosofia?”
Deve ritenersi fortunato il Paese
che riesca a crescere artisti come Pasolini, che in queste poche righe definisce
il carattere reale e mimetico della pratica cinematografica.
Deve ritenersi fortunato, ma
non necessariamente Grande, o Bello, o degno di onori, questo Paese.
Invece, di Bellezza, è
rimasta solo quella delle antiche vestigia, sterile, vaga come un miraggio e raccogli-turisti, da cui nessuno prende
esempio.
Proprio perché esiste ancora
un sottile pudore borghese, che tende ad evitare il linguaggio diretto per
descrivere la verità, i film che sembrano i più astratti, assurdi, grotteschi,
sono invece quelli più aderenti alla realtà esistente, costruiti con un
impianto metaforico straordinario, che incanta, a volte disturbando, chi guarda,
instillando sub-liminalmente il dubbio e l’angoscia; “La Grande Bellezza ”
non è solo un film, ma una messa da requiem,
triste, senza scampo se non per chi, appunto, muore (il figlio della facoltosa
borghese Viola) o scappa (Romano) terminando anch’egli, in un certo senso, la
sua vita in quel momento storico e in quel luogo; un requiem dalle immagini potenti, chiaroscurate alla maniera del
Caravaggio; a questa, che è una vera e propria inventio narrativa, non si può dare il solo ruolo riduttivo di
gesto onirico del regista, o esercizio di stile auto-referenziale.
Non si tratta di un sogno,
anche se il confine è spesso varcato: il film inizia con una citazione di Céline
sulla Morte e la Finzione ,
continua con la morte del turista, prosegue con la morte, in vita, dei
personaggi e della società che abitano. I dialoghi, densi, ragionati e a tratti
pomposi contrastano con la vaghezza sublime dell’intorno, quindi la Fine e il Viaggio reale si
alternano; i politici non compaiono, non vengono presi in considerazione perché
sarebbe stata sì banale, la sfilata dei vizi dei curatori della Cosa Pubblica. La Fine e la Morte sono anche nelle
ultime parole di Jep, che chiudono il cerchio filmico e filosofico.
L’ombra di Fellini è presente, accarezza molte scene, ma non si traduce
in una sequela di stereotipi, anzi, il film trae forza da questa ombra, mai
invadente; non dovrebbe essere considerato un demerito, per il regista,
l’essere riuscito a invocare quell’ombra, dandogli anche del personale. Diamo i
giusti contorni e i giusti meriti a questa opera (e al cinema, la Settima Arte ),
includendone ovviamente anche i limiti, e poco male se verrà esclusa dal
cosiddetto, moderno Made in Italy, fatto di ricordi, scarpe, vestiti e
automobili, che non ci consegna un primato culturale ma, ahimè, di marketing di
nicchia.
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