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martedì 13 maggio 2014

H.R. Giger (1940-2014)

La bavosa scia di lumaca che prende il nome di “moralismo istituzionale” lo censurò più volte, ricordiamo l’accusa di oscenità rivolta alla copertina dell’album Frankenchrist dei Dead Kennedys (1985); si cimentò quindi, H. R. Giger, morto ieri a 74 anni in seguito alle ferite riportate dopo una caduta, anche come realizzatore di artwork per alcuni meravigliosi, amati 33 giri, divenuti poi oggetti di culto; non voglio menzionare i suoi successi planetari come pittore, scultore, inventore dello stile biomeccanico, in cui la penna traccia linee dure, terribilmente profonde, piene di vita, anche se oscura e celata dagli ingranaggi degli esseri-macchina. 

Quell’oscurità fece innamorare Ridley Scott, e chiunque riuscisse a guardare oltre quelle pieghe a prima vista così crude, prive di qualsiasi concessione alla moderazione e dirette a scardinare il ponte levatoio del comune senso del pudore.

Rendo onore al Giger profondo conoscitore e amante delle arti, che, da privato collezionista, aprì un museo in Svizzera per riunire le sue opere e alcune di quelle, ad esempio, di Salvador Dalì.
Rendo onore al Giger bambino, curioso ed affascinato dal laboratorio del padre farmacista, da quel teschio umano che lui vide e considerò per quello che è, un’opera d’arte e non un simbolo di morte.
Rendo onore ai suoi genitori, che mai ostacolarono i desideri del figlio, permettendogli di uscire interamente dal bozzolo delle sovrastrutture sociali che molte volte risultano soffocanti, rendendo gli individui sociopatici.
 Rendo onore al Giger visionario e profeta, al magnifico disegnatore, architetto del suo futuro, battuto solo da un colpo di coda della forza di gravità.




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