La bavosa
scia di lumaca che prende il nome di “moralismo istituzionale” lo censurò più
volte, ricordiamo l’accusa di oscenità rivolta alla copertina dell’album Frankenchrist
dei Dead Kennedys (1985); si cimentò quindi, H. R. Giger, morto ieri a 74 anni in seguito
alle ferite riportate dopo una caduta, anche come realizzatore di artwork per
alcuni meravigliosi, amati 33 giri, divenuti poi oggetti di culto; non voglio
menzionare i suoi successi planetari come pittore, scultore, inventore dello
stile biomeccanico, in cui la penna traccia linee dure, terribilmente profonde,
piene di vita, anche se oscura e celata dagli ingranaggi degli esseri-macchina.
Quell’oscurità fece innamorare Ridley Scott, e chiunque riuscisse a guardare oltre quelle pieghe a prima vista così crude, prive di qualsiasi concessione alla moderazione e dirette a scardinare il ponte levatoio del comune senso del pudore.
Rendo
onore al Giger profondo conoscitore e amante delle arti, che, da privato
collezionista, aprì un museo in Svizzera per riunire le sue opere e alcune di
quelle, ad esempio, di Salvador Dalì.
Rendo
onore al Giger bambino, curioso ed affascinato dal laboratorio del padre
farmacista, da quel teschio umano che lui vide e considerò per quello che è,
un’opera d’arte e non un simbolo di morte.
Rendo
onore ai suoi genitori, che mai ostacolarono i desideri del figlio,
permettendogli di uscire interamente dal bozzolo delle sovrastrutture sociali
che molte volte risultano soffocanti, rendendo gli individui sociopatici.
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