Libri

giovedì 16 febbraio 2017

L'intraducibile ci salverà: le parole da portare nello Spazio

Tutto deve essere traducibile, oggi. Sezionabile, manovrabile, convertibile. Il dedalo di convenzioni, le gabbie iridescenti fatte di sbarre di codici binari, e gli spaziosi dormitori per culture da dismettere in nome della "monocultura" global, erodono come acqua furente le differenze, la poesia dell'unicità, limano lo spessore ed il mistero che precorre ogni desiderio di scoperta. Il concetto di melting pot potrebbe condurre, in barba al suo apparente ed ecumenico significato, alla sparizione della profondità dell'essere umano, che proprio nella lingua esprime tutta la sua unicità, al raffreddamento dell'erotismo musicale evocato dalla parola "straniera". Né stupirebbe l'avvento di un sistema di comunicazione universale, con caratteri della lingua in quel momento egemone, e un guazzabuglio di elementi provenienti da questo o quell'angolo del pianeta, tutti adattati ad uno stile di vita sintetico, digitale e a-riflessivo.

giovedì 23 giugno 2016

La Brexit è il male minore, per chi rimane in un’Europa che appoggia le dittature dorate.


Ricordo il tema d’italiano che scelsi di svolgere agli Esami di Maturità, un’invocazione alla Goethe, partendo da de Tocqueville, della Dea Europa, bella come l’Aurora, munifica, dorata e materna. Avevo diciotto anni e tante speranze. Oggi è tempo di realtà. Oggi l’Europa rischia grosso, perché se la Gran Bretagna deciderà di fare fagotto, se ne andrà un grosso pezzo della credibilità dell’intera Unione. E, volata via la Perfida Albione, i guai toccheranno a chi rimane, come succede tradizionalmente a coloro che sopravvivono ad un lutto. Domenica scorsa la cricca di buffoni ricchi della Formula Uno ha fatto tappa a Baku, capitale dell’Azerbaijan. Fin qui nulla di strano, le macchinine colorate del guru del bondage Ecclestone vanno tradizionalmente dove le porta il petroldollaro. Il dettaglio agghiacciante è che abbiano denominato la corsa Gran Premio d’Europa.

mercoledì 18 maggio 2016

Dopo il Capitalismo, l'Era dei Predatori: Nestlé e Coca Cola in cima alla catena alimentare

Un tempo esistevano i concetti di produzione, investimento e sviluppo. Di borghesia, di classi sociali. Poi, la frenesia da produzione prese il sopravvento, ci riempimmo di prodotti inutili perché una voce ammaliante condita da musichette sceme ci invitava serialmente al centro commerciale, a comprare cioccolatini, a bere bibite ultra-gassate color caramello. Consumo, consumo di massa, questo era il Verbo, questo l'ago della bilancia dell'Era del Capitalismo. Tuttavia, il consumatore era ancora in primo piano, serviva ancora a qualcosa. L'annebbiamento delle coscienze e l'apertura ipnotica dei borsellini costruirono governi, banche, Stati. Il petrolio, che scorreva a fiumi sotto le scrivanie dei governatori, cominciò a riempire tintinnante le casse delle banche dell'Ovest. Bene. "Ora che le casse dell'Ovest sono gonfie, cominciamo ad aiutare i paesi poveri", dissero i governatori.

lunedì 9 maggio 2016

Cari poveri ed indebitati, il Governo si prenderà cura anche di voi. State freschi.

Come se non bastasse, dopo le allucinazioni del funghetto legalizzato Jobs Act, le martellate alla scuola della sorella sfigata di Thor Buona Scuola, c'era il bisogno governativo di partorire un'altra idea malsana dal nome che sa come al solito di zucchero, amabile, innocuo: il Social Act. I beneficiari di questa manna saranno gli oltre 10 milioni di cosiddetti poveri che calpestano il Suolo Nazionale, famiglie composte da debitori verso Equitalia, inoccupati o disoccupati, con figli minori e aventi ISEE pari o inferiore a 3000 euro. Che fa lo Stato?

domenica 1 maggio 2016

Lavoro uguale schiavitù, oggi non festeggiate la schiavitù

Lavorare, oggi, non è bello. Basta, col credere che chi lavora sia privilegiato. Sì, costui riesce ogni mese a pagare le bollette, magari anche il mutuo o l'affitto, a differenza dei tanti, troppi, che non hanno lavoro, ma ogni mattina deve pregare che il suo capo sia di buon umore, o che alla fine del mese gli rinnovi il contratto, piegarsi a degradanti insulti del suo merito. Questo non è dignitoso. E oggi non bisogna festeggiare il lavoro, ma combattere la Schiavitù, perché questa è la parola che appare se grattiamo la superficie del biglietto della Lotteria del Lavoro che ci hanno dato quando ci hanno 'assunto'. La maggior parte dei lavori sono umilianti, per umilianti si intende che annullano il concetto di Libertà, che è alla base del Lavorare, e l'umiliazione è una corona di spine trasversale, indossata dal colletto bianco così come dal giovane eterno stagista o, come si dice oggi, 'voucherista'. Non esiste più il lavoratore, perché non esiste più il Lavoro, quella cosa che 'nobilita l'Uomo' e che è fondamento costituzionale della nostra Repubblica.