Libri

giovedì 24 settembre 2020

Le strade del Male (film Netflix)

Adattamento di un romanzo di Donald Ray Pollock, presente nel film come voce narrante, orpello non necessario e a tratti inutile. Questo film contiene due elementi potenzialmente vincenti: il cast e il protagonista, il Male. Consiglio vivamente di guardarlo in lingua originale (Netflix lo permette), per godere dei grovigli, delle atmosfere create da una lingua che ritrae un’America che sembra, ma ahimè non è, lontanissima. L’inglese Robert Pattinson, poi, che parla perfettamente il dialetto dell’Ohio è una chicca. Il suo essere a volte sopra le righe con la recitazione è dovuto forse alla difficoltà oggettiva di entrare in una lingua che praticamente non è la sua, ma così il suo ritratto dello spietato reverendo è perfetto, compresa la voce che si impenna e stride malignamente.

Il cast salva il film. Si tratta di un racconto che non ha il mordente né la capacità di “toccare” chi guarda, di far riflettere sul Male, anche se quest’ultimo è presente dal primo minuto. Molte cose già viste, anche la violenza sembra fine a se stessa. Vorrebbe essere uno dei grandi affreschi della provincia nordamericana, piena di contraddizioni, di implacabili voragini in cui le persone cadono inermi, ma non ci riesce. Siamo lontani dalle atmosfere di Anderson, Faulkner, Vonnegut, Capote. Peccato.

domenica 6 settembre 2020

TENET, Christopher Nolan (2020): Sator Tenet Vertigo Rotas

Al centro del famoso Quadrato del SATOR, ovunque esso sia scolpito o intagliato, la parola TENET emerge e si stampa come una croce negli occhi che ne percorrono lo spazio prima in avanti, poi all’indietro, e l’indietro è un avanti differente, ma uguale.

Il film prende gli stessi occhi e li strapazza avanti e indietro sulla croce, però, di una vertigine temporale perfetta. Quindi, in questo caso, protagonista non è solo la costruzione visiva ma il tempo. Perché fin dall’inizio, trascinati subito “in medias res” da una colonna sonora materica che schiocca come cavi di acciaio elettrificati, cercherete di trovare il bandolo, un particolare, un fotogramma, un qualsiasi appiglio che aiuti a dipanare la matassa metafisica, ontologica, filosofica alla base del racconto di immagini.

Ma no. Non la troverete. Perché in realtà è tutto molto semplice, tutto è già dentro di voi.

Occorre farsi trascinare nel e dal viaggio, che contiene sia l’enigma che la soluzione. Come sull’altalena: si va e si torna, e quando si torna si sente la vertigine dell’inversione. Il regista non vuole essere filosofo, oppure sì, chi lo sa, ma forse il senso sta nella convenzione. Finché tutto sarà convenzione, ci sarà vertigine. Nolan costruisce con pochissimi “effetti speciali” e con un geniale uso del montaggio un film che porta il suo marchio, quello di colui che padroneggia il flusso delle immagini e rapisce lo spettatore sparpagliandone a volte le certezze, ma regalando anche, in questo fiume apparentemente freddo di nozioni, momenti riservati all’importanza del sacrificio per l’ideale di un bene superiore.

Il film va visto rigorosamente in sala, o a casa, a patto di avere un impianto audio adeguato, perché la colonna sonora è parte della vertigine.


Un paio di appunti li farei: 


Kenneth Branagh. Il ruolo, e soprattutto la panza, dell’oligarca russo (ergo spietato) non gli si addice;

Il Protagonista (volutamente senza nome)/Washington è di colore, Neil/Pattinson è bianco, un dualismo razziale antirazzista che non vuole offendere alcuno, tranne l’intelligenza e la pazienza di chi assiste. 

Per il resto, sono uscita (o entrata, chi può dirlo?) dalla sala appagata è vagamente esaltata, anche se e forse perché “viviamo in un mondo crepuscolare”. “Niente amici al tramonto”.

venerdì 28 agosto 2020

Dogtooth, di Yorgos Lanthimos (2009): il buco nero della famiglia

In questi giorni nelle sale, nonostante il film sia  del 2009. Chi come me trova rifugio dal logorio della vita moderna in Fuori Orario lo avrà già visto, a Ghezzi non è certo sfuggito.

L’esperienza è traumatica, non consiglio questo film a chi considera il cinema come scacciapensieri o ventaglio per scacciare le mosche della riflessione profonda e in un certo senso violentata. E nemmeno a chi ha buona volontà. Serve di più, e cioè l’elisione totale del giudizio (soprattutto del pregiudizio), fino alla fine. 

Il film è vietato ai minori di 18 anni. Questo particolare, nel mondo “adolescenticentrico” di oggi, in cui i ragazzini sono il vero mercato, è fondamentale. Non possono vederlo i ragazzini, biologicamente impreparati ad un film per genitori e dittatori potenziali, e a volte le due tipologie coincidono.

La visione è faticosa, la regia impone inquadrature storte, scatti, fermi estenuanti come la ricerca dello spettatore di un’oasi di tranquillità, che non troverà.

La famiglia “disfunzionale” (eufemismo) che vive nel film gira come falena, o come cane prostrato, il paragone ha più senso, intorno alla luce maligna del padre padrone. Che toglie ai figli lasciati senza nome la possibilità di pensare attraverso la mutilazione del linguaggio. Se non riesci a comunicare non puoi pensare. Lo dice anche Orwell. Chi non pensa è preda della paura e cerca ossessivamente protezione. Ecco che ha senso il padre-dittatore. L’angosciante parabola di questo gruppo di consanguinei, a cui viene risparmiato nulla, anche l’incesto, può essere metafora dei metodi usati tradizionalmente da un regime totalitario: eliminazione del pensiero attraverso l’imposizione di nuovi modelli, linguaggio, mezzi di comunicazione, iniezioni massicce di paura di qualsiasi cosa e soluzioni per la sicurezza, isolamento e annientamento dell’identità individuale. Tuttavia, la comunità viene scossa da un elemento proveniente dal mondo esterno. Perché prima i poi tutti i sistemi crollano. 

Il film si comincia ad apprezzare (molto) a partire dal giorno dopo, subito dopo i titoli di coda c’è solo silenzio, e voglia di uscire dalla sala, o di spegnere la tv.

sabato 11 luglio 2020

Favolacce, Fratelli D’Innocenzo (2020): come una frustata, gelida e necessaria

Andate in uno qualunque dei quartieri “residenziali” della vostra città, in una di quelle griglie da bistecchiera fatte di schiere di villette, piscinette, angoli per lo spiedo, SUV.
Poi, con gli occhi verso quell’orizzonte “borghese”, prendete un pezzo di vetro rotto, scuro, scagliato, variamente convesso e concavo, che taglia ovunque e comunque lo si afferri e guardateci attraverso: Favolacce.

Favolacce, opera seconda dei Fratelli D’Innocenzo, è l’anamorfosi torrida di una realtà che può essere vera, una storia terribile, eppur credibile, di degrado, nonostante l’espediente straniante della narrazione fuori campo (usato forse per attenuare il crudo realismo di certe situazioni), di bruttezza, caldo, nichilismo, di cicale assordanti che sovrastano un totale ed animalesco silenzio culturale.

Bruttezza: i protagonisti sono brutti, o imbruttiti, prosciugati. Denti storti, facce appuntite, oblique, persino le loro ombre sono sinistre.
Estate: non a caso l’estate, l’unica stagione in cui il Male dà il meglio di sé, un’estate che sembra non finire mai e che trasmette allo spettatore claustrofobia, malessere, e la continua sensazione di un’imminente tragedia.
Deglutizione: i protagonisti deglutiscono spesso, a volte rischiano il soffocamento, tentando di mandar giù una vita che non si può masticare.
Brulicano i parassiti: quelli sociali, attori di uno status costruito a colpi di cambiali, i “pulciari”, le “zecche comuniste”, parassiti con bambini, bambini con pidocchi, e gli insetticidi, alla fine.
Rumori: non c’è colonna sonora, ci sono i rumori, dell’estate, delle persone e delle loro ciabatte; anche alcuni “discorsi” dei protagonisti sembrano rumori confusi, a malapena si riesce a comprenderne il senso. La dizione pessima in alcuni tratti è forse voluta?
Inquadrature: tutto lucidamente fuori squadra, le scene non sono inquadrate, sono rubate. La macchina da presa sembra uno dei vicini che spia, da lontano, o che guarda obliquo, da vicino, col timore di essere scoperto.

Favola? Realtà? Comunque senza via di scampo, senza perdono, senza sconti. Era ora.

venerdì 10 luglio 2020

Consigli “fuori orario”

Da Fuori Orario, cose (mai) viste:

Il Massacro di Fort Apache, John Ford 1948
Il Cavaliere della Libertà, David W. Griffith 1930

Che dire..prima il discepolo e poi il maestro. 
Griffith è stato forse il regista più influente di sempre, e anche l’epica ultra-reazionaria, la rappresentazione gloriosa del Ku-Klux-Klan nel famigerato Nascita di una Nazione (1915), non riescono ad oscurare il suo fondamentale apporto alla Settima Arte. Il Cavaliere della Libertà è il suo primo (ed ultimo) film sonoro e parla di Abraham Lincoln. Quindici anni prima esaltava i Confederati, poi colui che fece abolire la schiavitú. È chiaramente impossibile limitare la sua cinematografia visionaria e la sua Weltanschauung al solo commento ideologico. A lui interessava il movimento della storia, e dell’epos attraverso gli uomini e le donne delle sue opere. E siccome il cinema non è altro che movimento (κίνημα), a lui interessava soprattutto il cinema.

Siate nottambuli, la notte non è propaganda di rinascita, non è luce, dogma, ottimismo, non va di moda, quindi è verità.

Giù le statue, ovvero la furia degli abbattuti mentali

Si fa un gran parlare dell’uomo Montanelli, che “affittò” per il suo piacere, sposandola, una povera ragazzina eritrea di 12/14 anni (le fonti sono confuse), infibulata dalla nascita e ovviamente non consenziente. Alcuni amici comunisti sputerebbero anche sul suo cadavere, oggi, diverse erano forse le opinioni quando il giornalista veniva invitato alle Feste de l’Unita al tempo del di lui anti-Berlusconismo.

Chissà se gli stessi, imbrattatori di statue e sostenitori da tastiera, conoscono le vicende private del loro dio Marx, della sua cameriera Helene Demuth, e delle libertà che egli si prendeva nella casa in cui viveva insieme alla moglie, da bravo semi-aristocratico maschilista e padre padrone, mantenuto a vita  dall’eredità del padre, odiatore della Russia e pure forse un po’ antisemita (vedi “Sulla questione ebraica”, 1844) che nel tempo libero parlava di emancipazione delle donne, lotta di classe e abolizione del diritto di successione.

Per non parlare di Stalin quarantenne e la sua propensione per le quattordicenni, o della pedofilia del grande, grandissimo Pasolini, bla bla bla il discorso potrebbe durare secoli.

Vogliamo continuare con queste pagliacciate, o cerchiamo di studiare o leggere un po’ di più, per imparare a contestualizzare e a separare gli uomini ed i loro a volte gravi errori dal peso storico delle loro opere?

Babylon Berlin (serie tv), da non perdere

La Germania al tramonto della Repubblica di Weimar è lo sfondo di un noir veramente accattivante, dalle ombre caravaggesche e mai banale. Berlino/Babilonia è selvaggia, rutilante, piena di vita e già capitale delle avanguardie artistiche. L’interesse per le vicende poliziesche e non dei personaggi aumenta pian piano, fino a diventare febbrile nel vortice delle ultime puntate.

Inoltre, i parallelismi con il tempo storico attuale innescati dal puntuale racconto della morte progressiva dell’era delle “speranze” di Weimar, sembrano calzanti. Si attende con disincanto la disintegrazione dello stato, il mondo che si prepara alla crisi del 1929, si offre fatalista agli eventi, brilla e brucia in un istante di decadenza totale, lasciando il passo alle manovre oscure di quello che sarà il nuovo Reich.

Ad Astra: Brad scintilla anche nel cielo dei flop

“Tutto è possibile”?

Ho recentemente visto “Ad Astra”, primo perché per mio dogma e diktat ormonale non perdo alcuno dei film con Brad Pitt (tra l’altro oggettivamente uno dei migliori attori in circolazione), secondo perché amo il genere fantascientifico e cerco di seguirlo in tutte le sue declinazioni.

La pellicola è molto ambiziosa, un po’ troppo, filosoficamente parlando (sulla linea di 2001: Odissea nello Spazio, come taglio introspettivo, ma assolutamente incapace di raggiungere almeno la metà dell’altezza e densità semiologica del film di Kubrick), bellissima esteticamente parlando, e secondo il mio modesto parere aiuta a rafforzare un’ipotesi: l’impossibilità, per l’uomo, di colonizzare lo spazio profondo.

Non parlo delle “gite fuori porta” sulla SSI o del “weekend lungo” sulla Luna (magari potessi!). Parlo di viaggi lunghi, sei, otto, dodici, ventiquattro mesi ed oltre, e di soggiorno stabile su colonie extraterrestri. Tengo da parte la fattibilità tecnica della cosa, gusci criogeni e affini, mi interessa la gestione psicologica, perché noi siamo soprattutto mente. Lo spazio profondo è un ambiente infinitamente ostile, in cui l’uomo può morire in un nano secondo, senza adeguate e massicce fortificazioni. La psiche umana resisterebbe a cotanto nero, a pesanti limitazioni di libertà di movimento, semi-deprivazioni sensoriali e silenzio freddo, per mesi, anni, per sempre, senza entrare in un loop infernale di autodistruzione? Io non credo. La tecnologia, ormai tecnocrazia, non tiene conto delle incognite ed implicazioni metafisiche, e la solitudine nel vuoto siderale è una di queste. C’è gente che sclera per due mesi di quarantena divanata, figuriamoci. Poi, io darei non so cosa per potermi trovare tra gli anelli di Saturno, i bastioni di Orione e le porte di Tannhäuser, ma questo è un altro discorso.

La Casa di Carta: poveri noi

Poveri noi. Lo scorso novembre, quando pletore di tute rosse con faccia da Dalí scorrazzavano tra i vicoli di Lucca pensai che il “Mediasettismo” avesse ormai invaso anche Lucca Comics. Bisogna sempre diffidare degli innamoramenti di massa.
Ebbene, la Casa di Carta è, secondo me, una delle più brutte e sopravvalutate serie di tutti i tempi, degna di un palinsesto di Mediaset: una telenovela (nella peggior accezione del termine) farcita di action di bassa lega ed esche per i più giovani, come l’avvenenza dei tronisti che si fregiano del ruolo di protagonisti, scene audaci per lo sfogo ormonale e temi di ribellione facile e plastificata che sostengono la farsa, il cosiddetto comunismo da salotto.
Il fatto che sia una serie spagnola è ovviamente un’aggravante.

Di gran lunga migliore l’antico “Scuola di Ladri” di Neri Parenti con il trio di pericolosi sovversivi Rio-Banfi, Denver-Boldi, Berlino-Villaggio.

giovedì 23 gennaio 2020

Tolo Tolo, di Checco Zalone: ni

No. Non credo sia un film ideologico. Non parla dell’amore universale, né dell’accoglienza, del siamo tutti uguali, bla bla bla.
Ergo, chi ha acclamato Zalone come il nuovo genio del cinema italiano e della sinistra dopo magari averlo crocifisso come Salvi-fascista per il video promozionale “anti-immigrato” pubblicato furbescamente poco prima dell’uscita del film, beh..non ci siamo.

venerdì 3 gennaio 2020

Parasite (2019) di Bong Joon-Ho: la grazia e la lotta

La vera commedia all’italiana, in Corea. Quella di Sordi, Manfredi e della povera grande disillusione.
Il regista asiatico omaggia in molti punti del film, non so quanto consapevolmente, il cinema italiano che conta, esprimendo la lotta di classe (tema attualissimo, oggi più che mai), attraverso il riso amaro e non le magliette finte del Che. Molti dei tòpoi del Neorealismo al servizio di un film che è veramente un gioiello. Troviamo un omaggio anche alla musica Nostrana, “In ginocchio da te” di Gianni Morandi, colonna sonora di una scena.