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martedì 12 aprile 2016

Quorum, rimborsi, spettri di abrogazioni, Kafka e Fantozzi

Non c'è scampo, i referendum abrogativi infestano la vita della nostra storia Repubblicana (nata guarda proprio da un referendum), come una varicella continua: ci si gratta, ma non passa. Ciclicamente vengono proposti quesiti riferiti a norme più o meno assurde sulla cui abrogazione sono chiamati a decidere gli italiani: siamo arrivati a 66 ed escludendo i grandi risultati culturali ottenuti con divorzio e aborto, brancoliamo in un circolo vizioso di occupazione pressoché inutile delle aule scolastiche con conseguente vacanza extra per docenti ed alunni (tanto stiamo messi bene, con l'istruzione), continuando ad ingrassare partiti e comitati promotori grazie ad un finanziamento pubblico che "rimborsa" per le fatiche organizzative. Perché si definisce uno degli esercizi democratici e diretti di volontà popolare un'inutile occupazione delle aule scolastiche?
L'esempio più eclatante: il referendum per l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, del 1993, che ottenne il quorum e porta il sì alla vittoria. Già nel 1978 si era tentato di eliminare il privilegio dovuto alle formazioni politiche istituzionali, ma senza successo. Il '93 sembrò segnare, quindi, un passo in avanti verso la normalità dei rapporti Stato-cittadino. Tuttavia, grande ottimismo e lievitata fiducia nell'onestà delle istituzioni vennero gradualmente diluiti nel pastone della disaffezione totale da parte dell'elettorato, quando il finanziamento fu reintrodotto lo stesso anno dal Parlamento sotto le mentite spoglie del rimborso elettorale. Perché? Una sentenza della Corte Costituzionale, la numero 199 del 2012, cristallizza la giurisprudenza e la prassi: una volta abrogata una norma, lo Stato non può più legiferare sulla fattispecie, a meno che non si verifichino cambiamenti della situazione politica..E quindi lo Stato può rimettere mano ai testi in ogni momento, basta sfogliare il dizionario dei sinonimi. Sarà per un leggerissimo senso, kafkiano e fantozziano, di vertigine da inettitudine, inutilità civica e mancanza di "potere contrattuale", sarà anche perché dopo la tornata referendaria del 1995 i quesiti sottoposti ai cittadini hanno assunto le fattezze di enigmi indecifrabili, il quorum non è stato più raggiunto per oltre un decennio, fino al 2009. Il 40% del totale dei referendum abrogativi della storia della Repubblica non ha raggiunto il quorum, e i motivi non risiedono soltanto nella scarsa educazione e responsabilità civiche degli italiani, è come se ci dessero la possibilità di cancellare con una grande gomma magica scritte deturpanti un monumento, ma, dopo averle cancellate, le riscrivessero più deturpanti di prima. Oppure, è come se potessimo segnare un gol a porta vuota, e all'ultimo secondo..arrivasse il portierone-saracinesca che para. Il referendum abrogativo è lo strumento di intervento diretto più usato dai cittadini, ma anche il più disatteso. Ciò nonostante, il dovere civico ci impone la frequentazione degli "inutili" seggi, in attesa che riacquistino l'importanza e la solennità di luoghi privilegiati di diritto proprio grazie alla nostra azione e presenza. Turiamoci il naso e andiamo, qualunque scelta si adotti, purché si vada.

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