Le aspettative sono importanti. È lecito averne, quando si tratta del cosiddetto sequel di un film che è pietra miliare, emblema di un'epoca, capostipite di un genere. E io ne avevo. Non pretendevo certo di trovarmi di fronte ad una replica, per rimanere in tema, dell'irreplicabile, ma pretendevo di provare emozioni.
Eccole puntuali, le emozioni: Blade Runner 2049 è un marasma di sensazioni nette e potenti, sciolte nella pioggia buia polverosa dei palazzi e dei neon di Los Angeles. La prima mezz'ora è perfettamente poetica, la musica ricorda con rispetto la tensione delle note di Vangelis, non poteva essere altrimenti. L'Uomo, vero o androide che sia, è sempre più solo, curvo nella sua ombra, accarezzato da ologrammi che cercano disperati, come tutti, un posto nel mondo. Anche il pianeta si piega su se stesso: oltre la pioggia, incessante, c'è la neve (a Los Angeles), che tuttavia sembra essere l'unico chiaro del quadro, con il suo essere scoperta, letto soffice, pace finale. L'azione non prevale sull'emozione della riflessione metafisica sul vuoto esistenziale e la ricerca di un senso, neanche la figura del villain, forse un po' caricaturale e fumettistico. Il passato è ben innestato nel presente. Le luci naturali, i pochi e ben camuffati effetti speciali, rendono realistica l'esperienza, che a tratti chiude la gola, della vastità melanconica della solitudine. La speranza piove a piccole gocce, poi soffoca, poi riappare, forse. Questa è la vera tensione, e la musica, fantastica, aiuta, così come i non-colori, gli sguardi persi, la città che copre come un tappeto lo spazio vitale. Ottimo cast, anche Ryan Gosling, che non amo, riesce a farmi dimenticare i saltelli sbilenchi di La La Land. Bellissimo film (capito Besson? Capito Cameron?). Da non perdere. Secondo me.
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